Consiglio Regionale del Piemonte

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Fotoracconto sulla Torino del libro Cuore

Cuore di Edmondo De Amicis, uno dei capisaldi insieme a Pinocchio e ai libri di Salgari della letteratura per l’infanzia non soltanto italiana, fu pubblicato da Treves nel 1886. Le vicende narrate sono ambientate nell’anno scolastico 1881/82 in una scuola elementare di Torino, identificata nel testo come “Sezione Baretti”.  In realtà si tratta della Scuola Moncenisio che era collocata in via Cittadella 3, vicino all’abitazione di De Amicis e frequentata dai suoi due figli Furio e Ugo. 
Il legame del libro con la città di Torino è molteplice. Oltre alla scuola citata, abbiamo scelto per il fotoracconto altri tre luoghi emblematici: il primo, legato alla scuola del carcere delle Nuove, che testimonia l’interesse di De Amicis per le scuole con finalità sociali e assistenziali; il secondo, legato alla presenza significativa della vita militare sia nella biografia di De Amicis sia nel libro Cuore, attraverso la caserma Cernaia, e il terzo che consente di rievocare un personaggio molto noto e popolare, che si colloca tra realtà e fantasia: la Maestrina dalla penna rossa.
 
Itinerari, luoghi e cimeli di questa storia sono rievocati sia attraverso le sale espositive del MUSLI - Museo della Scuola e del Libro per l’Infanzia a Torino, sia attraverso i laboratori didattici e gli itinerari sul territorio dedicati al libro e al suo autore.


Caserma della Cernaia - Via Cernaia 23
Edmondo De Amicis, Le tre capitali, 1897

"L'Arsenale, i Magazzini d'Artiglieria, il Laboratorio pirotecnico, l'Opificio militare meccanico, la Cittadella, la grande Caserma della Cernaia, si estendono in lunga catena da piazza Solferino a piazza San Martino, e danno a quella parte della città un aspetto tutto soldatesco, compiuto dai tre monumenti guerreschi del duca di Genova, d'Alessandro Lamarmora e di Pietro Micca, che brandiscono le spade e la miccia. Qui a certe ore del giorno par d'essere in una città forte, in tempo di guerra. I coscritti fanno l'esercizio sui viali e sulla piazza Venezia, per le strade passano i picchetti di guardia, i carri di viveri e le vetture d'ambulanza, passano ordinanze del treno a cavallo e ordinanze di fanteria, coi bimbi degli ufficiali per mano,  escono frotte di carabinieri dalla Cittadella, stormi d'ufficiali della Scuola d'equitazione, sciami d'operaie dagli opifici militari; e qualche volta, mentre l'Arsenale d'Artiglieria riempie le strade vicine dei suoi rumori minacciosi, dal Laboratorio pirotecnico si sentono delle detonazioni, la Caserma della Cernaia echeggia di canti e di squilli di tromba, le bande dei reggimenti passano suonando, e le macchine a vapore del genio militare percorrono le strade, facendo tremare le case". 

Edmondo De Amicis, Cuore, 1886

I soldati, 22 novembre
"[…] il Direttore va sempre sul corso a veder passare i soldati, quando usciamo dalla scuola. Ieri passava un reggimento di fanteria, e cinquanta ragazzi si misero a saltellar  intorno alla banda militare, cantando e battendo il tempo con le righe sugli zaini e sulle cartelle". 

Edmondo De Amicis, Cuore, 1886

L'esercito, 11 giugno
"Siamo andati in piazza Castello a veder la rassegna dei soldati, che sfilarono davanti al Comandante del Corpo d'esercito, in mezzo a due grandi ali di popolo. Via via che sfilavano, al suono delle fanfare e delle bande, mio padre mi accennava i Corpi e le glorie delle bandiere[…]".

Nella Torino di fine Ottocento era spettacolo abituale vedere i soldati sfilare per le strade del centro, ascoltare la banda militare che si esibiva in piazza San Carlo o assistere a parate delle forze armate, in occasione di feste nazionali. La città, come De Amicis ricorda nelle Tre  capitali, era sede all'epoca di varie costruzioni ad uso militare oltre che di numerose caserme: la caserma della Cittadella, della Cernaia, di Porta Susa, di Cavalleria, dei Carabinieri e del Rubatto.
La Caserma della Cernaia, situata nella via omonima, era tra le più importanti: un complesso vasto ed imponente, con finestre a ogiva e coronamento merlato, realizzato (1864) su disegni dei generali Barabino e Giovanni Castellazzi, allievo quest'ultimo dell'architetto torinese Carlo Promis. All'epoca di De Amicis vi prendeva ordinariamente quartiere un reggimento di fanteria: nel primo episodio di Cuore, il Direttore e gli scolari in uscita  dalla sezione Baretti (alias Moncenisio di via della Cittadella n.3) sono descritti mentre si fermano a guardare i soldati del 1° fanteria di stanza alla Cernaia, che con fanfara e bandiera sfilano in corso Palestro. Nel secondo episodio si rievoca invece l'imponente rassegna militare che si svolgeva a giugno in piazza Castello, per la festa dello Statuto. Qui, al suono di bande e fanfare e preceduti dagli allievi dell'Accademia, sfilavano vari Corpi dell'esercito: fanteria, genio, alpini, bersaglieri, artiglieria di campagna e di montagna, cavalleria. In entrambi gli episodi si coglie l'intenzione di De Amicis di tracciare una linea di continuità ideale tra esercito e scuola, cardini della nuova nazione, nelle cui file sono rappresentati tutti i ceti sociali e tutte le province d'Italia. E non è un caso che  la lettera del padre dedicata alla scuola (venerdì 28 ottobre) si chiuda con le parole: Coraggio dunque piccolo soldato dell'immenso esercito. I tuoi libri sono le tue armi, la tua classe è la tua squadra, il campo di battaglia è la terra intera, e la vittoria è la civiltà umana. Non essere un soldato codardo, Enrico mio.
Ai giorni nostri la Caserma Cernaia  (via Cernaia, 23) ospita l'Arma dei Carabinieri e il suo Istituto di formazione. Una mostra permanente allestita all' interno illustra, con documenti d'epoca, uniformi, cimeli e foto,  la storia della Scuola Allievi Carabinieri di Torino, alloggiata da oltre cent'anni  nella storica caserma. 

 

Scuola Moncenisio (Sezione Baretti) - Via della Cittadella 3
Edmondo De Amicis, Cuore, 1886

"Mia madre mi condusse questa mattina alla Sezione Baretti a farmi inscrivere per la terza elementare: io pensavo alla campagna e andavo di mala voglia. Tutte le strade brulicavano di ragazzi; le due botteghe di libraio erano affollate di padri e di madri che compravano zaini, cartelle e quaderni, e davanti alla scuola s'accalcava tanta gente che il bidello e la guardia civica duravan fatica a tener sgombra la porta. […] Entrammo a stento. Signore, signori, donne del popolo, operai, ufficiali, nonne, serve, tutti coi ragazzi per una mano e i libretti di promozione nell'altra, empivan le stanze d'entrata e le scale, facendo un ronzìo che pareva d'entrare in un teatro. Lo rividi con piacere quel grande camerone a terreno, con le porte delle sette classi, dove passai per tre anni quasi tutti i giorni". 


Edmondo De Amicis, Romanzo di un maestro, 1890

"Il Ratti andò la mattina dopo alle otto e mezzo, - mezz'ora prima dell'ora fissata - alla scuola municipale Baretti, in cui si dovevan dare gli esami in iscritto.[…] Alla porta un professore della commissione e un bidello facevan deporre i libri, dando delle occhiate da guardie daziarie alle tasche e alle protuberanze spostate, e ci furon presto sul tavolino e sulle seggiole del salotto della direzione dei mucchi di trattati e di vocabolari. Per le maestre erano stati messi i banchi delle classi nel grande camerone del pian terreno. Il Ratti, entrando uno degli ultimi, le vide quasi tutte già al posto dopo che avevan buttati i cappellini nelle scuole: circa duecento visi disposti in sedici schiere, una distesa di capigliature di tutte le tinte, dal bruno d'ebano al biondo d'oro, e di vestiti di tutte le fogge, chiari per la più parte, su cui cadevano i riflessi verdi degli alberi del giardino battuti dal sole, dando al luogo e alla folla un aspetto d'allegria e di festa, molto discordante dall'espressione grave di tutti gli occhi, e dal fremito sordo, inquieto, febbrile che empiva l'aria. Nel camerone di sopra eran stati disposti i banchi per i maestri, e dietro a questi, a una certa distanza, altri per una trentina di maestre, che non potevan più entrare di sotto. Quando il Ratti entrò, tutte le maestre eran già sedute. Dei maestri non mancavano che due o tre: eran tutti giovani al di sotto della trentina. Un vecchio bidello intabaccato faceva la guardia alla porta della scala".

"Sezione Baretti" è un nome di fantasia che non corrisponde ad alcuna scuola torinese dell'epoca di De Amicis; tuttavia la descrizione e l'ubicazione hanno consentito di identificarla con la sezione Moncenisio, prima situata in via Doragrossa 51 (l'attuale via Garibaldi), poi trasferita in via della Cittadella 3, presso l'attuale Biblioteca Civica. La Moncenisio apparteneva al V Compartimento scolastico della città, delimitato da corso Regina, dalle vie delle Orfane, Stampatori e Cernaia, e dai corsi Principe Oddone e Francia; aveva due succursali, in via Passalacqua 9 e in via Santa Chiara 48 e una sezione femminile, attigua alla maschile e identica nella struttura, che si trovava in via della Cittadella 1 (sull'area dove sorgeva fino a pochi anni fa la Facoltà universitaria di Economia e Commercio).
Un disegno del tempo, conservato all'Archivio edilizio comunale, conferma la descrizione dell'interno che ne fa l'autore: l'edificio conteneva quattordici aule distribuite su due piani, a pian terreno c'era la stanza del bidello e al piano superiore la direzione, l'atrio e il corrispondente ambiente del primo piano (il "camerone" di Cuore)  servivano da palestra per i mesi invernali. La facciata era piuttosto elaborata, con finestroni a tutto sesto su due ordini e attico a balaustrini. 

Era la scuola frequentata dai figli di De Amicis, Furio e Ugo, e lo scrittore, che la conosceva bene, oltre all'anno scolastico di Cuore vi ambienta anche un episodio del Romanzo di un maestro: il concorso magistrale che vede seduti sui banchi della "Baretti" duecentotrenta maestri e maestre impegnati a contendersi sedici posti nelle scuole di Torino (posti ambiti perché lo  stipendio delle scuole "urbane" era nettamente superiore a quello delle scuole "rurali"!).
Nei primi del Novecento la Scuola Moncenisio è ribattezzata Antonio Rosmini e  successivamente diventa sede dell'Istituto Superiore di Magistero. Ma colpito da un bombardamento aereo nell'agosto 1943, nel dopoguerra l'edificio viene demolito e sulla sua area viene edificata la scuola media "Cesare Balbo", oggi sede distaccata dell'Istituto Statale d' Arte Aldo Passoni.

 

Carceri giudiziarie Le Nuove – ora via Paolo Borsellino 3

Edmondo De Amicis, Cuore, 1886

Il prigioniero, 17 febbraio

"Anni sono, egli era maestro a Torino, e andò per tutto l'inverno a far lezione ai prigionieri, nelle Carceri giudiziarie. Faceva lezione nella chiesa delle carceri, che è un edifizio rotondo, e tutt' intorno, nei muri alti e nudi, ci son tanti finestrini quadrati, chiusi da due sbarre di ferro incrociate, a ciascuno dei quali corrisponde di dentro una piccolissima cella. Egli faceva lezione passeggiando per la chiesa fredda e buia, e i suoi scolari stavano affacciati a quelle buche, coi quaderni contro le inferriate , non mostrando altro che i visi nell'ombra, dei visi sparuti e accigliati, delle barbe arruffate e grigie, degli occhi fissi d'omicidi e di ladri. Ce n'era uno, fra gli altri, al numero 78, che stava più attento di tutti, e studiava molto, e guardava il maestro con occhi pieni di rispetto e di gratitudine".

Il Carcere Giudiziario "Le Nuove", deliberato sotto il regno di Vittorio Emanuele II nell'ambito della realizzazione dei "grandi servizi" (Mattatoio civico, Mercato del bestiame e Officine delle Strade Ferrate), fu eretto per sostituire altri istituti penitenziari della città (le Carceri criminali di via San Domenico 13, correzionali di via Stampatori 3, delle forzate di via San Domenico 32 e femminili delle Torri Palatine). I lavori di edificazione furono avviati nel 1862, su un'area di oltre 30.000 mq situata in corso San Avventore (oggi corso Vittorio Emanuele II), che all'epoca era ai margini dell'abitato. L'imponente edificio, progettato con uno schema a doppia crociera dall'architetto Giuseppe Pollani, aveva un doppio muro di cinta alto cinque metri con quattro torri angolari, 13 bracci che ospitavano 648 celle, sei cortili per il passeggio e due cappelle gemelle circolari, una per gli uomini e l'altra per le donne.
In ottemperanza alle regole introdotte dal Decreto regio del 1857, il sistema reclusorio era quello a segregazione assoluta o sistema cellulare, che prevedeva l'isolamento dei detenuti in piccole celle individuali, di 4 metri per 2.26, dette cubicoli. 

Benché le regole penitenziarie fossero dure, era prescritto che il carcere mirasse ad una funzione riabilitativa del condannato e in tale prospettiva l'istruzione scolastica, subordinata  all'insegnamento religioso e affiancata dal lavoro, si configurò subito come prezioso contributo alla rieducazione dei reclusi. In verità, già prima dell'apertura del nuovo carcere, i membri dell'Arciconfraternita della Misericordia, che sin dal 1578 si prendeva cura dei detenuti, avevano tenuto corsi d'insegnamento elementare per i carcerati, ma il primo direttore delle Nuove, Marinucci, si trovò di fronte al problema  di conciliare l'isolamento imposto dal nuovo sistema cellulare con l'esigenza della scolarizzazione collettiva. Lo risolse sfruttando il sistema ideato per consentire ai detenuti di assistere alla Santa Messa: i finestrini dei cubicoli, aperti sulla cappella interna per la partecipazione individuale alle funzioni religiose, avrebbero permesso ai reclusi di seguire anche i corsi, che gli insegnanti dovevano tenere passeggiando per la chiesa.  
A questo luogo fa riferimento l'episodio di Cuore che ha per protagonisti il vecchio maestro del padre di Enrico, insegnante per un inverno nelle Carceri giudiziarie, e il prigioniero numero 78, un condannato per omicidio che si scoprirà poi essere il padre di Crossi. Anche in questo caso la descrizione dell'autore risulta molto precisa e documentata. 

La struttura del carcere non subì modificazioni rilevanti fino al 1945. Negli anni Cinquanta vengono ampliate le finestre delle celle, create intercapedini tra il terreno e i muri dei vari bracci, ristrutturate le cappelle, aperto un nido per i figli delle detenute, attivati corsi professionali dipendenti dall' I.P.S.I.A. "Plana"; in seguito si inaugurano il Centro Clinico, il Campo sportivo e il CinemaTeatro. Negli anni Settanta ogni cella viene dotata di lavandino, water e termosifoni. Negli anni Ottanta i detenuti saranno trasferiti nella nuova casa circondariale Le Vallette, costruita nella zona periferica dell'omonimo quartiere e inaugurata il 13 ottobre 1986. 

Oggi Le Nuove rappresentano per Torino un' importante testimonianza del proprio passato. Per questo le sue celle, dove furono rinchiusi disertori della guerra 1915-18, oppositori al regime fascista, ebrei, partigiani, detenuti politici, terroristi e criminali comuni, sono ora parte di un percorso museale che comprende il primo cortile interno, il braccio femminile, il 1° braccio tedesco, i cubicoli con i graffiti, le celle dei condannati a morte e la Cappella Centrale, diventata sala espositiva per volontà del cappellano storico padre Ruggero Cipolla. (Museo del carcere "Le Nuove", via Paolo Borsellino 3).  www.museolenuove.it 


Casa della Maestrina dalla penna rossa - Largo Montebello 38
Edmondo De Amicis, Cuore, 1886 

Le maestre, 17 dicembre
"Ma ce n'è un'altra che mi piace pure: la maestrina della prima inferiore numero 3, quella giovane, col viso color di rosa, che  ha due belle pozzette nelle guance, e porta una gran penna rossa sul cappellino e una crocetta di vetro giallo appesa al collo. E' sempre allegra, tien la classe allegra, sorride sempre, grida sempre con la sua voce argentina che par che canti, picchiando la bacchetta sul tavolino e battendo le mani per impor silenzio; poi quando escono, corre come una bambina dietro all'uno e all'altro, per rimetterli in fila; e a questo tira su il bavero, a quell' altro abbottona il  cappotto perché non infreddino, li segue fin nella strada perché non s'accapiglino, supplica i parenti perché non li castighino a casa, porta delle pastiglie a quei che han la tosse, impresta il suo manicotto a quelli che han freddo; ed è tormentata continuamente dai più piccoli che le fanno le carezze e le chiedon dei baci, tirandola pel velo e per la mantiglia; ma essa li lascia fare e li bacia tutti, ridendo, e ogni giorno ritorna a casa arruffata e sgolata, tutta ansante e tutta contenta, con le sue belle pozzette e la sua penna rossa. E' anche maestra di disegno delle ragazze, e mantiene col proprio lavoro sua madre e un fratello".

Ad ispirare il celebre personaggio della "Maestrina dalla penna rossa" fu, secondo alcuni, un'insegnante municipale di nome Eugenia Barruero, che abitava in un appartamento al primo piano di largo Montebello 38, a due passi dalla  Mole Antonelliana, dove morì quasi centenaria  nel 1957. L'ipotesi fu avvalorata dalla stessa Barruero, che si riconobbe nel personaggio e da allora si comportò e si vestì proprio come lo scrittore la descrive, firmandosi anche  "la maestrina dalla penna rossa". Negli ultimi anni i vecchi scolari, per festeggiarla, le avevano regalato la televisione, i cronisti andavano a intervistarla e lei continuava a conversare, come De Amicis le aveva "suggerito", nel suo salottino "fin de siècle", offrendo agli ospiti il tradizionale "bicerin".
In realtà sia il figlio dell'autore Ugo, sia i principali biografi nutrivano in merito molti dubbi. Ma i torinesi si erano ormai così affezionati alla loro "maestrina" che la sua foto compariva sovente sui giornali cittadini e che dopo sua morte il "Sodalizio ragazzi del 99" fece apporre sulla casa di largo Montebello 38 una targa, ancora visibile, con la scritta: "In questo luogo visse la maestrina dalla penna rossa, ricordata nel libro Cuore da Edmondo De Amicis, Eugenia Barruero".

 

Testi di Pompeo Vagliani, direttore del Musli - Museo della scuola e del libro per l'infanzia - Torino

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