Consiglio Regionale del Piemonte

Vai ai contenuti

Viaggio studio a Mauthausen

Cinquanta ragazze e ragazzi piemontesi, accompagnati da dieci docenti e dalla storica Elisa Malvestito dell’Istituto storico della Resistenza di Biella e Vercelli, parteciperanno da venerdì 11 a domenica 13 maggio, al viaggio studio di tre giorni in Austria, visitando i lager di Mauthausen e Gusen. Questo viaggio è il secondo dei tre riservati agli studenti vincitori nella 37° edizione del progetto di Storia Contemporanea, promosso dal Comitato Resistenza e Costituzione del Consiglio regionale del Piemonte, in collaborazione con l’Ufficio Scolastico regionale.

Mauthausen nella memoria collettiva è uno degli esempi più noti della terribile efferatezza dei lager nazisti. Una grigia fortezza in pietra eretta nel 1938 sulle colline dell’Oberdonau, in territorio austriaco a circa 25 km dalla città di Linz, sulla sinistra del Danubio. Vienna, la capitale, si trova 160 chilometri più a est. Come gli altri lager, anche Mauthausen si trova in un punto strategico, crocevia fluviale e ferroviario, facilmente utilizzabile per il trasporto di persone e cose. Nel 1938, cinque mesi dopo la cosiddetta “annessione” (“Anschluss”) dell’Austria al Reich, arrivarono a Mauthausen i primi prigionieri provenienti dal lager di Dachau, non distante da Monaco, la capitale della Baviera. Nella zona, ricca di giacimenti di granito, l’estrazione e la lavorazione di questa pietra necessitava l’impiego di moltissima manodopera. E chi meglio dei deportati, poteva essere impiegato nei lavori forzati? Così iniziò la cupa storia di questo campo che era lo “Stamm Lager”, il “Campo Madre” di un gruppo di quarantanove campi e sottocampi di concentramento nazisti satelliti, sparsi in tutta l’Austria.Dal maggio del 1940 i nazisti avviarono il primo dei tre forni crematori nella fortezza di Mauthausen. Per tutto il 1942 e fino alla prima metà del 1943, gli internati del lager furono principalmente impiegati nelle cave possedute e amministrate dalle SS e solo più tardi, nei sottocampi, l’impiego si estese all’industria bellica. Le pietre delle cave, una volta estratte e squadrate, venivano portate a spalla dai deportati lungo 186 ripidi gradini. A lato e in cima attendevano le SS che pungolavano, spingevano e torturavano gli uomini che si muovevano faticosamente. La chiamavano la “scala della morte”, mentre il dirupo della cava prese il nome di “muro dei paracadutisti”, poiché gli aguzzini, come supremo divertimento, a volte spingevano i primi della fila che nella caduta si trascinavano appresso decine di altri uomini causando continue stragi. Più di quattromila persone morirono nella camera a gas, costruita nella cantina dell‘infermeria, vicino alla quale si trovava il crematorio. Nell’inverno del 1944–45 giunsero a Mauthausen molti ebrei sopravvissuti alla “marcia della morte” dopo l’evacuazione dei campi di sterminio orientali, a causa del progressivo avvicinarsi dell’esercito sovietico. Prima della fuga, il 4 maggio 1945, anticipando di un giorno l’arrivo delle truppe americane della Terza Armata, le SS tentarono di distruggere le prove dei crimini commessi, e approssimativamente solo 40 mila vittime vennero identificate, tra le quali cinquemilasettecento italiani, come si può leggere nell’iscrizione sulla lapide all’ingresso del campo. Nel complesso si pensa che oltre 122 mila persone vi trovarono la morte. Proprio davanti al monumento italiano a Mauthausen, coperto di targhe, lapidi, immagini di singoli deportati collocate nei decenni da familiari o da compagni di detenzione, gli studenti piemontesi anche quest’anno si raccoglieranno in meditazione prima di visitare il Memoriale di Gusen. All’inizio di dicembre 1939 ebbe inizio la costruzione del campo di Gusen I, dipendente dal campo centrale di Mauthausen. Fu scelta una zona a circa 4 chilometri e mezzo dalla fortezza di pietra, alla confluenza del fiume Gusen nel Danubio, tra la cittadina di St. Georgen e Langenstein. Più di tremila italiani vi furono deportati e quasi la metà vi trovarono la morte. Le testimonianze dei sopravvissuti hanno rappresentato, nel tempo, una memoria di incredibile dolore. Anche Ferruccio Maruffi, il testimone gentile e fermo del “grande orrore” della deportazione nei lager, patì la reclusione a Gusen. E nel dopoguerra partecipò alla fondazione dell’Aned (l’Associazione Nazionale Ex Deportati), intraprendendo un’intensa opera di testimonianza che prosegui per tutta la vita e fino alla scomparsa, nell’ottobre del 2015, come presidente dell’Aned di Torino. È a lui che si deve l’impulso alle iniziative rivolte agli studenti e all’organizzazione di viaggi nei luoghi della deportazione, sui quali scrisse un volume indimenticabile intitolato “ Laggiù dove l’offesa. Rivisitando i luoghi della memoria”. Il campo, nel tempo, ha subito tarsformazioni radicali che ne hanno alterato irrimediabilmente la fisionomia. Alla fine degli anni ’50, una lottizzazione edilizia provocò la scomparsa della recinzione e l’eliminazione delle baracche e delle strutture concentrazionarie, sostituite da una fitta di abitazioni. Grazie all’impegno dell’Aned venne acquistato un lotto di terreno dove è stata eretta una struttura commemorativa, opera dell’architetto Lodovico Barbiano di Belgiojoso, egli stesso prigioniero a Gusen. All’interno di questo edificio, al fianco del museo, è stato collocato il forno crematorio del lager che, come disse papa Benedetto XVI, “possono essere considerati simboli estremi del male, dell’inferno che si apre sulla terra quando l’uomo dimentica Dio e a Lui si sostituisce, usurpandogli il diritto di decidere su che cosa è bene e che cosa è male, di dare la vita e la morte”.