Consiglio Regionale del Piemonte

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Anziani legati nei luoghi di cura

La contenzione fisica meccanica, anche se finalizzata alla protezione dell’individuo, rappresenta un’evidente privazione della libertà personale e costituisce reato.

Una pratica che continua, però, a essere diffusa nelle strutture sanitarie e nelle case di cura per anziani. Spesso giustificata, secondo chi la adotta, dall’esigenza di preservare l’incolumità del paziente. Su questo tema, delicato e controverso, l’Aula di Palazzo Lascaris ha ospitato il 28 settembre il convegno La dignità negata. La sottaciuta vicenda della contenzione nei luoghi di cura degli anziani non autosufficienti, organizzato dal Consiglio regionale e dal Difensore civico della Regione Piemonte, Augusto Fierro. Obiettivo dell’incontro è stato innanzitutto quello di far emergere un fenomeno sottaciuto, così come è stato definito dal Comitato nazionale di bioetica, sensibilizzando l’opinione pubblica, a partire dal mondo della politica e da quello dei medici e degli operatori socio-sanitari, affinché si individuino possibili soluzioni.

“Le cause di un fenomeno così difficilmente quantificabile sono numerose: la scarsa o nulla formazione universitaria e post-universitaria, l’incremento ormai esponenziale delle persone anziane, l’aumento dei soggetti con deficit cognitivi, il tema della responsabilità medica sotto il profilo legale e assicurativo”, ha affermato in apertura dei lavori Mauro Laus, presidente del Consiglio regionale e presidente del Comitato regionale per i diritti umani. “Ma sullo sfondo, non dimentichiamolo, vi è la profonda crisi del modello sociale che ha retto il nucleo centrale della famiglia fino a pochi anni fa. Se gli anziani sempre più spesso vanno “ospiti” nelle strutture protette è semplicemente perché o sono rimasti soli o non esiste più un familiare di riferimento. Le difficoltà economiche fanno il resto. L’approfondimento del tema della contenzione costituisce dunque una scommessa in primo luogo con noi stessi e poi con la Società che, nel bene e nel male, rappresentiamo tutti”.

“Si tratta di un tema complesso, che richiede di trovare un punto di incontro fra le ragioni di tipo medico e quelle di tipo etico”, afferma l’avvocato Augusto Fierro. “La necessità di preservare i pazienti da rischi determinati da eventi accidentali o di autolesionismo deve comunque sempre confrontarsi con una considerazione più ampia del benessere del paziente e della sua qualità di vita. Inoltre, poiché purtroppo non sono isolati i casi di cronaca che riferiscono di maltrattamenti nei confronti degli anziani ricoverati in case di riposo, occorre non colpevolizzare preventivamente il personale delle strutture assistenziali, ma investire sulla sua formazione e selezione per un incarico che richiede competenza, oltre che una specifica predisposizione umana e caratteriale”.

Il convegno ha permesso un costruttivo approfondimento grazie all’autorevole voce di giuristi, docenti universitari e operatori esperti in materia.

Sulla base dei dati forniti da Antonello Formichella, comandante del Nas Carabinieri di Torino, relativi alle province di Torino, Vercelli, Novara, Biella e Verbania, emerge che nelle strutture ricettive per anziani  nel  primo semestre 2017 ci sono state  28 persone segnalate all'autorità giudiziaria, numerose sanzioni penali e 4 strutture sequestrate o chiuse. I controlli hanno riguardato anche strutture sanitarie, socio-assistenziali e centri di riabilitazione neuro-psicomotoria  Quanto al tipo di violazioni penali commesse, emergono i maltrattamenti (38 casi), l'esercizio abusivo della professione da parte di medici e infermieri (28), l'abbandono di incapaci (3), sequestro di persona (3), detenzione di farmaci scaduti (1), strutture sanitarie prive di autorizzazione ovvero abusive (2 casi), carenze igienico-strutturali (2).

Molto interessante il contributo della relazione di Maila Mislej, direttrice infermieristica dell’Azienda sanitaria universitaria integrata di Trieste (Asuits), che ha raccontato l’esperienza di de-contenzione da anni portata avanti a Trieste, con risultati incoraggianti e il coinvolgimento di medici, infermieri, famiglie e volontari. Anche gli interventi di Livia Bicego, dirigente infermieristica dell’Azienda per l’assistenza sanitaria n.5 di Pordenone e di Melania Salina, fisioterapista dell’Asuits triestina, hanno testimoniato un cambiamento culturale in atto nella regione Friuli Venezia Giulia, indicando un possibile percorso da seguire anche in Piemonte.

A definire coraggioso e significativo il convegno è stato l’avvocato Fabrizio Di Carlo, presidente del Coordinamento dei difensori civici regionali, che ha auspicato un potere ispettivo della figura del difensore civico in questa materia.

Fra gli altri sono intervenuti anche Alessandro Mattioda, dell’ufficio dell’Avvocatura regionale del Piemonte e Giovanna Scollo, dirigente dell’Avvocatura regionale del Piemonte, che hanno illustrato un eclatante caso di cronaca in cui dalla contenzione si è passati alla violenza fisica e morale nei confronti dei ricoverati. La vicenda, avvenuta in una struttura per anziani di Borgo d’Ale, in provincia di Vercelli, si è conclusa con la condanna in primo grado di numerosi operatori e infermieri, colpevoli di aggressioni e umiliazioni fisiche e morali nei confronti dei ricoverati e nel processo penale il difensore civico intende costituirsi parte civile attraverso l’Avvocatura regionale.

A definire gli aspetti e le criticità normative sul tema sono state le relazioni di Stefano Canestrari, ordinario di diritto penale presso l’Università di Bologna e componente del Comitato nazionale per la bioetica, Chiara Maina, sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Torino e Davide Petrini, ordinario di diritto penale dell’Università del Piemonte orientale

Per contrastare il fenomeno l’avvocato Fierro ha suggerito un intervento normativo da parte del Consiglio regionale che coinvolga l’Ufficio del difensore civico in un’attività volta alla vigilanza, in funzione di prevenzione, rispetto alla possibile realizzazione di condotte criminose o anche di cattive pratiche assistenziali. Un’attività di controllo, che potrebbe essere svolta autonomamente o in collaborazione con le competenti commissioni di vigilanza.

 

I fatti in breve

  • Un convegno fa emergere la realtà della contenzione fisica degli anziani nelle case di cura.
  • Obiettivo dell'incontro sensibilizzare l'opinione pubblica su questo fenomeno sottaciuto e proporre possibili soluzioni.
  • Il convegno è organizzato  dal Consiglio regionale e dal Difensore civico.

Dichiarazioni

“Le cause di un fenomeno così difficilmente quantificabile sono numerose: la scarsa o nulla formazione universitaria e post-universitaria, l’incremento ormai esponenziale delle persone anziane, l’aumento dei soggetti con deficit cognitivi, il tema della responsabilità medica sotto il profilo legale e assicurativo”, ha affermato Mauro Laus, presidente del Consiglio regionale e presidente del Comitato regionale per i diritti umani. “Ma sullo sfondo, non dimentichiamolo, vi è la profonda crisi del modello sociale che ha retto il nucleo centrale della famiglia fino a pochi anni fa. Se gli anziani sempre più spesso vanno “ospiti” nelle strutture protette è semplicemente perché o sono rimasti soli o non esiste più un familiare di riferimento. Le difficoltà economiche fanno il resto. L’approfondimento del tema della contenzione costituisce dunque una scommessa in primo luogo con noi stessi e poi con la Società che, nel bene e nel male, rappresentiamo tutti”. 

“Si tratta di un tema complesso, che richiede di trovare un punto di incontro fra le ragioni di tipo medico e quelle di tipo etico”, afferma l’avvocato Augusto Fierro. “La necessità di preservare i pazienti da rischi determinati da eventi accidentali o di autolesionismo deve comunque sempre confrontarsi con una considerazione più ampia del benessere del paziente e della sua qualità di vita. Inoltre, poiché purtroppo non sono isolati i casi di cronaca che riferiscono di maltrattamenti nei confronti degli anziani ricoverati in case di riposo, occorre non colpevolizzare preventivamente il personale delle strutture assistenziali, ma investire sulla sua formazione e selezione per un incarico che richiede competenza, oltre che una specifica predisposizione umana e caratteriale”.