Consiglio Regionale del Piemonte

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Presentato “Partigiani penne nere”

“Enrico Martini Mauri, un uomo in grado di organizzare un piccolo esercito di 11mila uomini, che ebbe mille tra caduti e dispersi in combattimento, con la sua azione ha dato il senso di una Resistenza e di una Guerra di Liberazione patrimonio di tutti gli italiani”.

Con queste parole il vicepresidente di maggioranza del Consiglio regionale, con delega al Comitato Resistenza e Costituzione, ha aperto il 16 giugno nella Sala Viglione di Palazzo Lascaris, la presentazione della riedizione 2016 del libro “Partigiani penne nere”, per i tipi del Capricorno, in occasione del 40° anniversario della morte del comandante Enrico Martini Mauri.

All’incontro, organizzato dal Comitato insieme al Centro Pannunzio, hanno partecipato oltre all’omonimo nipote dell’autore, il comandante Mauri medaglia d’oro al valor militare scomparso nel 1976, un panel prestigioso di invitati: Claudio Berto, generale comandante per la Formazione e Scuola di Applicazione dell'Esercito Italiano, Franco Cravarezza, generale della riserva già comandante della Regione militare nord, Luciano Boccalatte, direttore dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti”, Pier Franco Quaglieni, autore della prefazione del libro e direttore del Centro Pannunzio.

Gian Piero Aureli, del Centro Pannunzio, che ha moderato l’incontro, ha sottolineato un tema ricorrente nei vari interventi “l’amore per la sua terra e per le sue genti di Mauri, ragione e forza della sua lotta”.

L’intervento di Cravarezza ha illustrato l’importanza operativa e l’eccezionale contributo alla Lotta di Liberazione del “1° Gruppo divisioni alpine, comandate da Mauri, una formazione di partigiani autonomi ed una delle più importanti in assoluto, nel contesto di quel milione e 240mila militari italiani che si schierò attivamente contro i nazifascisti e degli 80mila all’interno delle formazioni partigiane”.

Boccalatte ha spiegato come la narrazione di Mauri “esca dal cliché vittimista della memorialistica resistenziale, focalizzandosi sulla scelta precisa e responsabile dei combattenti, caduti consapevolmente per riscattare la Patria”.

Berto ha parlato di aver letto il libro con “emozione, meraviglia e interesse. Certamente anche come un manuale di tattica, in una situazione che oggi definiremmo di ‘guerra asimmetrica’. Mauri, che aveva una eccellente preparazione militare, ha svolto delle teorie simili a quelle scritte nel 1937 da Mao Zedong”.

Mauri junior, sottolineando la validità letteraria del testo, si è anche rammaricato di come la storiografia per decenni abbia ignorato le formazioni autonome, spesso appena citate in modo spregiativo come “badogliane”. Ha poi rilevato come con il nonno “poteva combattere chiunque a prescindere dalle sue idee politiche” e che al comandante Mauri “premeva la ricostruzione di un esercito combattente come paradigma della rifondazione di una nazione. Mauri non faceva politica, combatteva, ma non era certo un qualunquista, aveva un ordine di priorità: la Libertà d’Italia prima di ogni altra cosa”.

Quaglieni, premiato con una targa dalla Federazione volontari della Libertà, ha ricordato gli attacchi strumentali di ogni genere subiti da Enrico Martini Mauri, sempre rivelatisi infondati. Il direttore del Centro Pannunzio ha quindi aggiunto che “il distacco con il quale Mauri affrontava il tema della Resistenza, diversamente dalla mitizzazione fatta dai più, ha dato forza alla sua testimonianza” e un viatico per un modo più scientifico e moderno di studiare il fenomeno resistenziale.