Consiglio Regionale del Piemonte

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Dibattito sulla sentenza del Tar

In apertura di seduta, il 14 luglio, i capogruppo di opposizione Giorgio Bertola (M5S) e Gilberto Pichetto (FI), hanno chiesto alla Giunta regionale una comunicazione sulla sentenza del Tar di giovedì scorso che dichiarava il ricorso (contro le presunte firme false di alcune liste di maggioranza) inammissibile.

In pratica, tre liste su quattro sono state ritenute regolari, mentre era stato accolto il ricorso concernente la lista del Pd della provincia di Torino, con otto consiglieri eletti.

Il presidente della Regione, Sergio Chiamparino, ha ribadito in Aula la sua posizione “in attesa di leggere le motivazioni della sentenza”. “Nessuna giustizia teleguidata – ha dichiarato il presidente Chiamparino – il Tar ha lasciato aperta la querela di parte sulla lista del Pd di Torino. Dovesse anche concretizzarsi lo scenario peggiore, questa maggioranza avrebbe comunque i numeri per andare avanti. Dimettersi sarebbe il vero tradimento nei confronti degli elettori. 600mila voti di differenza ci danno la legittimità democratica. Se il Tar avesse collegato la mia vicenda elettorale con le accuse contenute nei ricorsi non mi sarei appiccicato alla poltrona come il mio predecessore. Abbiamo una eredità complessa da affrontare ed abbiamo rimesso la nave in grado di navigare”.

“Il presidente Chiamparino aveva detto che se fossero rimaste delle ombre sul suo mandato di presidente – ha dichiarato Maurizio Marrone (Fratelli d’Italia) - avrebbe dato le dimissioni. Eppure il presidente Cota era caduto solo per le firme false di una lista non determinate dei Pensionati. Anche le firme a sostegno della lista dei Pensionati per Bresso erano irregolari e al centrodestra rimaneva la maggioranza dei voti. Il Pd di Torino non è una lista civetta ma il principale partito della maggioranza nella circoscrizione del capoluogo. Per questo ci vuole un segnale forte: si deve dimettere tutta l’opposizione”.

Secondo Bertola, “qualsiasi maggioranza, per quanto netta non può prescindere dal rispetto delle regole. Adesso non si può affermare che va tutto bene così. Quello del Tar è un giudizio di primo grado che potrebbe essere ribaltato certo, ma poi abbiamo la lista del Pd del collegio di Torino, che esprime ben otto consiglieri, che è ancora sub iudice, con due membri dell’Udp, un capogruppo e un assessore. Vorrei non ci fosse il tentativo di chiudere la vicenda”.

 “A seguito della sentenza non si è verificata quella condizione che avevo posto il presidente Chiamparino – ha spiegato Pichetto - ma le parole più utilizzate in campagna elettorale, oltre a decoro e autorevolezza, erano legalità e trasparenza, orgoglio e dignità piemontese per chiudere la parentesi delle firme false quando erano state chieste dimissioni al centrodestra per la questione analoga della passata legislatura. Quale autorevolezza può avere questo Consiglio regionale quando è sub iudice il suo presidente? si tratta di compatibilità etica e giuridica”.

“Non si deve guardare la pagliuzza nell’occhio altrui per non vedere la trave nel proprio” ha ribattuto Davide Gariglio (Pd) che ha proseguito dichiarando stupore per il fatto “che la predica arrivi dal presidente Marrone che in primo grado è stato dichiarato decaduto. Pur rimanendo aperto il problema della querela di falso in sede civile per l’annullamento della lista Pd di Torino, la legislatura non è messa a repentaglio da questa sentenza. Inoltre la legittimità politica non è assolutamente messa in discussione per la lista Pd. A differenza da come si era comportato il presidente Cota, la passata legislatura, non abbiamo alzato i toni ma ci rimettiamo al giudizio della magistratura. In termini di gravità con la vicenda del 2010 non vi è paragone”.

Secondo il capogruppo di Scelta civica, Alfredo Monaco, alla luce della sentenza “vi sono le condizioni affinché il presidente Chiamparino possa dare più forza e determinazione alla azione di governo della  Regione. Attendiamo la sentenza di secondo grado, ma con animo diverso rispetto alla vicenda della passata legislatura”.

Per l’opposizione, sul solco di quanto dichiarato dai loro capigruppo sono anche intervenuti: Stefania Batzella, Federico Valetti, Paolo Mighetti e Mauro Campo (M5S), Claudia Porchietto, Gian Luca Vignale, Daniela Ruffino, Massimo Berutti e Diego Sozzani (FI).

Per la maggioranza ha parlato anche Andrea Appiano (Pd) e in chiusura della seduta antimeridiana vi è stata una replica del presidente Chiamparino che si è rammaricato rilevando che questa vicenda “non riduce certo il solco tra politica e cittadini, la proposta politica forte del consigliere Marrone, di dare le dimissioni, non mi pare trovi molto adepti”.

Il presidente del Piemonte ha ribadito che “ombre non ci sono sulla legittimità formale sulla mia lista, le ombre sono state dissolte, in attesa del secondo grado. Il parallelo con la vicenda della lista Giovine non sta in piedi dal punto di vista sostanziale e formale: 9mila voti di differenza non sono 600mila, l’elemento perturbativo cambia con l’entità dei voti. Poi le firme a sostegno di una lista non sono paragonabili a una lista fatta da persone che non lo sapevano. Attenzione a non trasformare la politica da teatro a teatrino, dicendo cose che rilevano solo all’interno di quest’Aula”.

Nel pomeriggio si sono ancora tenuti gli interventi di Gianpaolo Andrissi, Davide Bono e Francesca Frediani (M5S) e di Paolo Allemano (Pd) che hanno ribadito quanto affermato dai rispettivi gruppi politici nella seduta antimeridiana.

 

 

I fatti in breve

  • L'opposizione ha chiesto una comunicazione della Giunta regionale e un successivo dibattito sulla sentenza di giovedì scorso che dichiarava inammissibili i vari ricorsi, lasciando la possibilità di querela di falso per quello concernente la lista Pd nella circosrizione di Torino.
  • Il presidente della Regione, Sergio Chiamparino, ha spiegato come la legittimità formale e democratica della sua elezione non veniva intaccata dalla sentenza del Tar.
  • L'opposizione ha rilevato un paralellismo forte con l'analoga vicenda della passata legislatura e la precarietà di una situazione che rende sub iudice una parte rilevante dei consiglieri regionali.