Consiglio Regionale del Piemonte

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Difesa dei diritti umani

Se un reportage di viaggio è un libro che racconta qualcosa di un posto sconosciuto, allora Fuga dal campo 14 è un reportage di viaggio. Certo, Shin Dong-hyuk il protagonista, per metà del libro sta fermo, rinchiuso nel Campo 14, un centro di detenzione dura per oppositori politici in Corea del Nord. Però attraverso i suoi occhi si scopre qualcosa che nessuno ha mai raccontato: la vita delle decine di migliaia di detenuti rinchiusi dal regime comunista di Pyongyang nei campi di prigionia.
In occasione del 25 aprile 2015 e del 70° Anniversario della Liberazione, il Consiglio regionale del Piemonte - tramite il Comitato per l’affermazione dei valori della Resistenza e dei principi della Costituzione repubblicana presieduto da Nino Boeti - in collaborazione con la Fondazione per il Libro e Codice Edizioni ha invitato a Torino Shin Dong-hyuk per partecipare ad un trittico di eventi: gli incontri con gli studenti della Scuola Golden, con quelli del liceo Darwin di Rivoli e con i torinesi al Circolo dei Lettori, con la partecipazione dello stesso Boeti, del noto editore Vittorio Bo, e di Davide “Boosta” Dileo, musicista di spicco dei Subsonica.
Shin ha raccontato qualcosa che non si conosce a fondo, ha parlato dei detenuti nei campi di lavoro nordcoreani. Lui è stato uno di loro. Solo che a differenza della maggioranza degli oltre duecentomila prigionieri lui nel campo c’è nato: figlio di due internati che in premio hanno avuto la possibilità di sposarsi e vedersi cinque giorni l’anno. Fino ai 23 anni Shin non ha conosciuto null’altro che il campo 14, forse il più duro di tutto il Paese. Ogni giorno per 23 anni Shin non ha conosciuto che il freddo d’inverno, la fame perenne, le umiliazioni quotidiane, le botte, il tradimento, la sfiducia, i lavori forzati. In 23 anni ha imparato a non fidarsi di nessuno, neanche di sua madre. Madre che ha odiato, per averlo messo al mondo. Madre che ha tradito, perché progettava una fuga.
Ma a un certo punto della sua esistenza Shin ha sentito l’impulso di scappare, per dire al mondo intero che i campi di lavoro nordcoreani esistono per davvero e rappresentano oggi quello che per decenni sono stati i gulag sovietici o i campi di concentramento nazisti.
E anche per sensibilizzare l’Occidente sul dramma collettivo del popolo della Corea del Nord, dominata da uno spietato regime, dove la vita è quasi la stessa anche per le persone apparentemente normali: piena di privazioni, povertà e umiliazioni. Cambia solo la dimensione della gabbia, ma sembrano essere tutti prigionieri uguali.