Consiglio Regionale del Piemonte

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Il Primo ministro tibetano a Torino

Foto del comunicato stampa Il Primo ministro del Governo tibetano in esilio Lobsang Sangay è giunto il 26 ottobre a Torino, ospite dell’Associazione per il Tibet e i diritti umani presieduta da Giampiero Leo e dai vicepresidenti Gianna Pentenero e Antonello Angeleri.
Erede politico del Dalai Lama, Sangay è stato eletto dai tibetani in esilio nel 2011, dopo che il loro Parlamento - attualmente in esilio a Dharamshala (India) - ha modificato la Carta costituente che attribuiva al Dalai Lama la guida politica e spirituale del popolo di Lhasa.

L’incontro istituzionale a Palazzo Lascaris

Dopo l’incontro con la stampa e con i componenti dell’Ufficio di presidenza dell’Assemblea regionale, il momento di maggior intensità ha avuto luogo nell’Aula di Palazzo Lascaris, dove Sangay ha dialogato con i consiglieri regionali, le autorità e i rappresentanti della Comunità tibetana in Italia.
In ogni occasione il premier tibetano si è soffermato sul mancato rispetto dei diritti umani in Tibet da parte della Cina, sul “dialogo” con le autorità di Pechino e, in particolare, sul tragico fenomeno delle auto immolazioni, che continuano a verificasi anche in queste ore in Tibet. Sono soprattutto i monaci buddisti a darsi fuoco, come forma di lotta non violenta: sino a oggi sono stati 59, di cui 48 sono deceduti.
“Il Consiglio regionale è da sempre sensibile alla questione tibetana e segue con attenzione gli sviluppi della ricerca instancabile dei valori di libertà e democrazia da parte dei popoli orientali. A livello umanitario resta una delle emergenze più gravi al mondo”, ha sottolineato il presidente dell’Assemblea Valerio Cattaneo.
“Questa visita si propone di promuovere ulteriori iniziative di sensibilizzazione affinché la popolazione tibetana sia messa in condizione di poter vivere liberamente nella propria nazione. Noi dobbiamo fare scelte giuste e indipendenti dagli interessi economici con la Cina”, ha ribadito Leo.
“La felicità che deriva dalla ricchezza materiale e dal potere non è quella vera. Quella che arriva dalla compassione e dall’amore è felicità. La cultura del popolo tibetano è la pace, non solo per i sei milioni di tibetani ma per tutto il mondo - ha dichiarato Sangay -. Non vogliamo sfidare la Cina ma aprire un dialogo con cui rivendicare i nostri diritti e la nostra autodeterminazione”.
Agli incontri sono intervenuti anche i consiglieri regionali Fabrizio Biolè, Roberto Boniperti, Luigi Cursio, Franco Maria Botta, Marco Botta, Michele Formagnana, Lorenzo Leardi, Angiolino Mastrullo, Augusta Montaruli, Massimiliano Motta, Giovanni Negro e Roberto Tentoni, il vicepresidente dell’Intergruppo parlamentare Tibet Gianni Vernetti, l’assessore alle Pari opportunità e il consigliere del Comune di Torino Mariacristina Spinosa e Silvio Viale, Bruno Mellano dell’Associazione radicale Adelaide Aglietta, l’ex consigliere regionale Carmelo Palma e le varie associazioni che in Italia rappresentano il Tibet.

A tu per tu con i cittadini al Museo di Scienze naturali

Nel pomeriggio Sangay ha incontrato i cittadini al Museo regionale di Scienze naturali. E ha raccontato il proprio percorso umano da quando, dopo aver studiato negli Stati Uniti ed essere diventato professore di diritto ad Harvard, ha rinunciato a una brillante carriera per servire il suo popolo.
“Non ho avuto dubbi quando mi è stato chiesto di scegliere fra carriera accademica e il ruolo che oggi ricopro. La mia posizione mi impone di girare il mondo per sensibilizzare le persone sulla questione del Tibet”, ha sottolineato.
Durante la conferenza, introdotta da Michela Coregliano, in rappresentanza dell’Avvocatura torinese, Sangay ha descritto la comunità tibetana come una democrazia matura e consolidata da anni di riforme volute dal Dalai Lama. La realtà è però quella della repressione cinese.
“In Tibet, per esempio, è proibita la nostra bandiera storica ed è pure bandita l’immagine del Dalai Lama. Noi chiediamo solo la libertà e il ritorno in patria del Dalai Lama, anche se al momento nella capitale tibetana ci sono più videocamere che finestre e più fucili che candele per onorare i morti”, ha spiegato.
“Nonostante molti stati europei, fra cui l’Italia ed anche gli Stati Uniti, abbiano approvato diversi documenti a sostegno del Tibet, la comunità internazionale non ha ancora compiuto passi significativi per migliorare la situazione, aggravata dall’assoluta mancanza di informazione, dal momento che nessun giornalista straniero può documentare l’occupazione da parte di Pechino”, ha sottolineato Mellano.
Sono anche intervenuti il presidente del comitato per il Tibet di Rivoli (To), i rappresentanti della Comunità tibetana in Italia e dell’associazione Vimala, che dal 1999 opera nei campi profughi tibetani: tutti hanno portato testimonianza delle proprie esperienze con il popolo tibetano.

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