Consiglio Regionale del Piemonte

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La priorità per il 2019: investire nelle carceri esistenti

Giovedì 27 dicembre 2018 il Coordinamento piemontese dei garanti delle persone detenute ha tenuto, presso la Sala delle bandiere di Palazzo Lascaris, la tradizionale conferenza stampa di fine anno nel corso della quale è stato presentato il terzo “Dossier delle Criticità” relativo alle carceri piemontesi.

Si tratta di un documento che il Coordinamento indirizza, alla fine di ogni anno, al Capo Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria nazionale e al Provveditore regionale, nella quale si elencano le più pressanti problematiche strutturali per ciascuno dei 13 istituti penitenziari piemontesi.

Il punto di partenza del dossier è che il contesto logistico in cui si svolge l’esecuzione penale è determinante la dignità di vita e per tutte le attività prettamente trattamentali del carcere. Ogni progetto, iniziativa di lavoro, formativa, culturale, ricreativa e sportiva è possibile se esistono spazi, interni o esterni, adeguati e fruibili. Alla data del 19 dicembre i dati ufficiali dell’Amministrazione penitenziaria ci dicono che in Piemonte si sta riproponendo il problema del  sovraffollamento carcerario: i detenuti sono 4.468, su una capienza regolamentare di 3.976 posti di cui però solo 3.700 realmente disponibili, per un tasso di affollamento medio del 120,65%. Sono infatti ben 273 i posti regolamentari attualmente non disponibili per “temporanee” problematiche strutturali: si tratta della dimensione di un carcere di media grandezza. È quindi prioritario un piano, su base regionale, di manutenzione straordinaria degli edifici esistenti, prima di procedere a ipotizzare la costruzione di nuove strutture o l’adeguamento a carcere di strutture del demanio nate ed utilizzate per tutt’altro: si parla di caserme da riattare, ma è presumibile che i costi di questi interventi siano molto onerosi e con lunghi cantieri.

Oltre a questa criticità generale, i garanti comunali hanno poi presentato le situazioni delle rispettive carceri. Il comune denominatore tutti gli istituti è la necessità di lavori di ristrutturazione per rendere utilizzabili spazi per la socialità e la formazione dei detenuti. Ad Alba, dopo l’epidemia di legionella che ne aveva determinato la chiusura, il carcere è stato parzialmente riaperto a giugno 2017, ma i lavori per il ripristino totale continuano a essere procrastinati: meglio sarebbe adottare un piano di interventi “step by step” per riattivare, di volta in volta, specifiche aree, come ad esempio la palazzina a sé stante, esterna alla cinta detentiva, destinata all’ospitalità dei “semiliberi/articoli 21”, un intervento che da solo consentirebbe di raddoppiare immediatamente i posti disponibili, valorizzando la funzione trattamentale dell’istituto con progetti connessi al territorio.

Per Alessandria proponiamo da tempo la chiusura del carcere di Piazza Don Soria e la costruzione di un nuovo padiglione nell’ambito della casa di reclusione “San Michele”. Diversamente, se l’Amministrazione continua a fare valutazioni opposte, occorrerebbe però prevedere immediatamente un radicale piano di investimenti di manutenzione straordinaria per rendere vivibile la casa circondariale “Don Soria”, un edificio dalle indubbie potenzialità ma con evidenti e gravi problematiche strutturali, a nostro giudizio difficilmente superabili. Proprio per l’alessandrino si parla invece di riattare a carcere una caserma di Casale Monferrato: come garanti segnaliamo la priorità di un piano operativo che dia una risposta coerente. Un carcere, come dimostra proprio il caso di Alessandria, non sono solo le mura di cinta, ma in primis il personale, il progetto trattamentale, la rete di rapporti con il territorio, i servizi essenziali (sanità, scuola, formazione, lavoro, inserimenti sociali… che – per altro - sono di competenza di altre amministrazioni pubbliche e spesso finiscono sulle spalle del volontariato!).

Ad Asti il problema principale è quello dell’accoglienza dei famigliari che arrivano spesso da lontano per i colloqui: abbiamo proiettato delle fotografie per testimoniare le code all’ingresso e raccontato di come gli spazi siano inadeguati e manchino persino i bagni utilizzabili dai parenti nelle lunghe attese prima dei colloqui.

A Biella i garanti ha nuovamente richiesto con forza l’immediata chiusura della “Casa Lavoro” da due anni presente dentro l’Istituto, che è di fatto una mera sezione penitenziaria ordinaria, senza nessuna diversa e specifica progettualità: non corrisponde alle norme e condiziona la vita ed il lavoro di tutta la struttura.

A Cuneo il padiglione “ex giudiziario” – su cui sono iniziati alcuni lavori di recupero dopo circa 10 anni di abbandono - potrebbe essere destinato ai detenuti in regime di “Alta sicurezza”, che potrebbero così usufruire dell’esistente sistema di video conferenza, ed essere più vicini a presidi sanitari ospedalieri di riferimento. Nel complesso l’istituto ha vari locali e spazi utilizzabili in modo più congruo: uffici ed aule recentemente restaurate con il lavoro della MOF e degli studenti della Scuola Edile, al momento non sfruttate.

Anche a Fossano potrebbero essere ricavati spazi funzionali per l’attivazione di  laboratori, corsi scolastici e per l’allocazione dei detenuti in regime di semilibertà ed ammessi al lavoro esterno (ex art. 21), che ora sono in parte sistemati nella sezione comune, mentre importanti spazi non sono utilizzati.

La Garante di Ivrea ha segnalato diverse proposte concrete ed operative per l’istituto eporediese, in primis lo spostamento delle attività di sopravvitto dal 1° piano al semi-interrato (locali ex-lavanderia), la messa a norma del campo sportivo attualmente inagibile per questioni di sicurezza e la rimodulazione dell’area accoglienza dei parenti.

Per Novara i garanti tornano a segnalare l'edificio della ex sezione femminile che è chiuso ed abbandonato da circa un decennio: il degrado è inevitabile ma occorre prevedere un intervento di recupero degli spazi che possono assolutamente funzionali alla vita dell’istituto.

Per quanto riguarda invece Saluzzo, i detenuti in “Alta Sicurezza” sono stati riuniti nel “vecchio padiglione” ma le celle e gli spazi comuni sono in condizioni pessime e spesso degradate. Al trasferimento sarebbe stato necessario far precedere un intervento di pulizia e igienizzazione, che solo in parte e tardivamente è stato messo in atto, a fronte delle legittime e rispettose proteste generalizzate. La manutenzione della struttura vecchia è indispensabile per la completa funzionalità dell’istituto.

A Torino permangono i problemi già evidenziati negli anni scorsi, con infiltrazioni di acqua piovana, malfunzionamento di ascensori e montacarichi e bagni degradati in molte sezioni. A ciò si aggiungono le paradossali criticità delle sezioni di eccellenza dell’istituto: il SAI – servizio di assistenza sanitaria intensiva, l’osservazione psichiatrica del “Sestante”, la gestione degli “ovulatori” nella “Sezione Filtro”, problematiche anche al centro dell’attenzione del garante nazionale e degli organismi internazionali di monitoraggio.

Altra nota dolente a Verbania, dove ingenti fondi sono stati utilizzati per lavori di ripristino di un solo lato della cinta muraria, con la valutazione di priorità assai discutibile a fronte del recupero e della bonifica di un cortile interno inutilizzato da anni, per attività sportive, ricreative e di socialità per la cui risistemazione esiste già un progetto e che davvero modificherebbe la vita interna alla più piccola e “ristretta” struttura penitenziaria piemontese..

A Vercelli, infine, il tetto in pessime condizioni provoca infiltrazioni di acqua piovana al sottostante quinto piano, l’unico a essere stato recentemente ristrutturato e che, tra l’altro, ospita le nuove e moderne cucine. Anche qui vi riscontra l’esistenza di significativi spazi da restaurare per il riutilizzo.

Si tratta evidentemente di un elenco di problematiche meramente strutturali: volutamente non abbiamo allargato il discorso ad altre criticità come la mancanza di personale di direzione,  di comando, di custodia, educativo, sanitario, scolastico, di interpretariato e mediazione culturale, o la scarsa valorizzazione del volontariato o, ancora, la complessiva cattiva qualità della vita in carcere, dovuta a tutti i fattori già elencati e ad altri ancora, che si ripercuote su chi in carcere vive, operatori e ristretti, con conseguenze spesso drammatiche: i dati annuali nazionali di “Ristretti Orizzonti” sui suicidi dei detenuti in carcere: quest'anno hanno raggiunto i 67 casi, dopo che negli ultimi anni erano diminuiti; una cifra che si avvicina drammaticamente al record negativo di 72 morti del 2009, ma con una popolazione detenuta superiore.

Bruno Mellano - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.