Consiglio Regionale del Piemonte

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Discriminazioni tra diritti e rovesci

La legge regionale 23 marzo 2016, n. 5 “Norme di attuazione del divieto di ogni forma di discriminazione e della parità di trattamento nelle materie di competenza regionale” individua un problema e indica gli strumenti utili e necessari per la tutela delle persone su questo particolarissimo fronte di iniziativa. Il valore aggiunto del lavoro proposto e richiesto dalla norma regionale sta nella costruzione di un sistema a rete dei servizi e delle istituzioni chiamati a collaborare nella repressione e nella prevenzione delle discriminazioni. La rete è dunque un precipitato unanimemente condiviso e, forse per questo, dato per scontato. Il contributo organizzativo ed operativo apportato dalla legge regionale è proprio quanto può fare la differenza nel complesso e complicato pianeta dell’esecuzione penale nel nostro Paese. La comunità penitenziaria raccoglie in se tutte le principali categorie e target a rischio: una popolazione detenuta che a fine novembre ha superato il muro delle 60.000 persone in Italia, di cui 4.483 in Piemonte e che è, in gran parte, formata da tossicodipendenti, da stranieri, da persone con disagio mentale, da cittadini marginalizzati, con difficoltà economiche e sociali, da soggetti psichiatrici o border-line.

E i familiari di detenuti o ex –detenuti sono ugualmente esposti a forme esplicite o nascoste di discriminazioni: nell’affitto di una casa, nel trovare lavoro, nell’inserimento sociale, nell’approccio ai servizi o alle istituzioni.

Anche dentro il carcere il rischio discriminazione è quotidiano: senza mediatori culturali, senza educatori, senza interpreti, senza personale formato e specializzato, in alcuni casi senza direttori e senza comandanti, con personale di polizia penitenziaria esposti alle tensioni e alle incomprensioni, con turni di lavoro pesanti e ruoli spesso non ben definiti, il rischio di cadere nella vecchia contrapposizione noi/loro appare inevitabile.

Infine la definizione di circuiti penitenziari speciali, istituito con i migliori intenti trattamentali e di custodia avanzata, rischiano quotidianamente di diventare trappole di discriminazione involontariamente autoindotte dall’Amministrazione stessa: nella volontà di protezione del singolo si rischia di consolidare vecchie e inveterate subculture carcerarie per cui si dividono dagli altri gli autori di reati a sfondo sessuale, le persone transessuali o in fase di cambiamento di sesso, i detenuti che si dichiarano con tendenze omosessuali e chiedono una protezione particolare che li separa dal resto della comunità penitenziaria, persino i ristretti provenienti dalle forze dell’ordine si configurano come un target da attenzionare.

Il lavoro è tanto ed è solo all’inizio: i detenuti sex-offenders di Biella, Torino e Vercelli, le detenute transgender di Ivrea, gli omosessuali che hanno chiesto protezione della sezione speciale di Verbania prima di altri e più di altri si attendono un buon lavoro da questa rete.

Bruno Mellano - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.