Consiglio Regionale del Piemonte

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La scuola? Il grimaldello per un carcere liberante!

La costruzione di percorsi di crescita culturale e professionale durante il periodo della detenzione rappresenta un fondamentale strumento di promozione della personalità del condannato nell’ottica del recupero e del reinserimento sociale, che rappresenta la finalità costituzionale della pena. Le norme prevedono che negli Istituti penitenziari siano organizzati corsi d’istruzione scolastica e di formazione professionale e che siano agevolati gli studi universitari (art. 19 l. 354/1975 e art.44 d.p.r. 30 giugno 2000, n. 230).

Come ha scritto Renata Mancuso nel suo volume Scuola e carcere. Educazione, organizzazione e processi comunicativi (Franco Angeli, 2001), esiste una "separazione inclusiva": con questa definizione si può sintetizzare e descrivere l'impermeabilità e la distanza che separa due universi sociali, quello dei "liberi" e quello dei "reclusi". Forse è proprio quel ducere, comune ai processi educativi e rieducativi, quel condurre dal dentro al fuori, dalla coscienza individuale alla relazione sociale ciò che è occultato e che può trasformare l'arte di educare in una forma di incontro e di riconoscimento interindividuale.

Secondo le informazioni e i dati raccolti dall’Osservatorio di Antigone, sugli 87 istituti visitati nell’anno 2017, ben 4 risultano completamente privi di spazi esclusivamente dedicati alla scuola e alla formazione e per i restanti istituti i problemi logistici e di gestione si assommano alle questioni della vita quotidiana in carcere.

L’elaborazione di tali dati permette di sottolineare alcune circostanze interessanti per la nostra riflessione: innanzitutto le prime cinque regioni a livello percentuale con più iscritti ai corsi scolastici sono nell’ordine la Lombardia (36,7% dei detenuti iscritti sul totale dei presenti), la Calabria (35%), il Lazio (25,7%), l’Umbria (24,1%) e il Piemonte (23,1%). Mentre le peggiori 5 sono in ordine decrescente l’Abruzzo (13,0%), la Sicilia (11,9%), la Valle d’Aosta (9,4%), la Campania (5,5%) e il Molise (4,3%). Questi dati ci permettono di rilevare come, secondo l’osservazione di Antigone, la situazione dell’istruzione sembra peggiorare scendendo lungo la penisola (Marche, Sardegna, Basilicata e Puglia non raggiungono il 20% degli iscritti), deduzione confermata anche dalla media tra le percentuali per accorpamenti geografici che vede il nord attestarsi al 21,5% e il centro e il sud al 18%.

Con il Decreto interministeriale 12 marzo 2015, Linee guida per il passaggio al nuovo ordinamento a sostegno dell’autonomia organizzativa e didattica dei Centri provinciali per l’istruzione degli adulti, sono state definite le indicazioni per il passaggio al nuovo ordinamento dell’istruzione degli adulti: Il nuovo assetto organizzativo e didattico vede nei Centri provinciali per l’Istruzione degli adulti (Cpia) una tipologia di istituzione scolastica dotata di forte autonomia. Nell’ambito di tale autonomia, e nei limiti delle risorse disponibili, i Cpia possono ampliare l’offerta formativa mediante accordi con le Regioni e gli Enti locali.

Con il citato Decreto interministeriale 12 marzo 2015 (al quale è seguito, il 26 maggio 2016, un Protocollo d’intesa tra Miur e Ministero della Giustizia, contenente il “Programma speciale per l’istruzione e la formazione negli istituti penitenziari e nei Servizi minorili della Giustizia”) sono definiti, per quel che concerne lo specifico ambito penitenziario, i percorsi di istruzione degli adulti negli istituti di prevenzione e pena, “elemento irrinunciabile del programma di trattamento rieducativo del detenuto”, prevedendo particolari indicazioni volte a valorizzare la specificità dei percorsi di istruzione all’interno degli istituti penitenziari.

Proprio in tale prospettiva nello scorso mese di luglio è stato siglato tra il Provveditorato regionale dell’Amministrazione penitenziaria del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta (Prap) e l’Ufficio scolastico regionale per il Piemonte (Usr) un Protocollo finalizzato al raggiungimento degli obiettivi dell’integrazione e delle pari opportunità nei percorsi scolastici dei soggetti ristretti negli Istituti penitenziari del Piemonte.

Ora, partendo dalla premessa che “i percorsi di istruzione degli adulti negli istituti penitenziari (…) devono essere finalizzati a rieducare il detenuto alla convivenza civile” e che, pertanto, tali percorsi “costituiscono elemento irrinunciabile nel programma del trattamento rieducativo”, le parti, sottoscrivendo il Protocollo, si sono impegnate a promuovere e ad agevolare tutte le iniziative che, sul territorio regionale, portino alla collaborazione tra istituti penitenziari, Cpia e istituzioni scolastiche, anche avvalendosi dell’apporto di altri soggetti pubblici e privati. In particolare è significativo che l’Usr si sia impegnato a offrire supporto ai Cpia ma anche alle scuole e a promuovere, attraverso entrambi, la crescita del patrimonio culturale già acquisito dalla persona detenuta.

Come tradurre in concreto il quadro normativo e gli accordi sottoscritti? La comunità penitenziaria italiana, accanto alle croniche mancanze, alle incrostazioni giustizialiste e securitarie, in contesti ambientali degradati, in perenne deficit di risorse finanziarie e di personale ha comunque saputo produrre progetti e percorsi di qualità. Occorre fare quello che spesso e volentieri si dice nei convegni: individuare e diffondere le buone pratiche, valorizzando gli interventi efficaci e semplificando i percorsi per la loro condivisione in altri contesti e con altri operatori, per far diventare sistema le singole positive iniziative.

Qui mi limito a richiamare e sottolineare due esperienze, fra le tante, che ho potuto conoscere nella realtà piemontese: l’attività del Cpia Biella-Vercelli per la certificazione dei crediti formativi di iniziative significative messe in campo dal volontariato penitenziario e la profonda riflessione avviata dal liceo artistico dell’Istituto Soleri-Bertoni per la realizzazione di un “progetto esemplare” di scuola nella Casa di reclusione di Saluzzo.

Il campo di intervento è vasto e complesso, ma la sfida è di primaria importanza: solo un dialogo ed un confronto franco ed aperto fra i due mondi, della scuola e del carcere, può – forse – portare a una detenzione che, laddove sia davvero necessaria ed estrema ratio, sia davvero anche costituzionalmente orientata al recupero. La scuola può essere “il grimaldello” per scardinare un sistema penitenziario “recidivo” nella propria sistematica incapacità a corrispondere alla propria finalità costituzionale, anche per impedire nuove e future condanne della Corte europea dei Diritti umani.

Bruno Mellano - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.