Consiglio Regionale del Piemonte

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Le gambe della riforma ventura

Come certamente tutti saprete molto bene, il Consiglio dei ministri ha approvato lo scorso 22 dicembre lo schema per uno dei cinque decreti delegati per nuove norme penitenziarie. Una parte della riforma tanto auspicata e autorevolmente sollecitata a livello internazionale è quindi quasi giunta al traguardo, a quarantadue anni dall’entrata in vigore dell’ordinamento penitenziario del 1975 che a sua volta sostituiva il regolamento fascista del 1931 (fondato sugli assiomi del lavoro obbligatorio, del silenzio e della preghiera) e a quattro anni abbondanti dalla condanna umiliante della Corte europea dei diritti umani per le condizioni degradate di vita e i diritti negati nelle nostre carceri. Le Commissioni Giustizia delle due Camere sono convocate per esprimere un parere sulla conformità del primo – unico? - decreto alla legge delega votata a giugno dal Parlamento.

La riforma che si attende è il parziale esito di un percorso lungo, articolato e importante che forse merita di essere qui richiamato. Molti sono i protagonisti di questo processo. Era il 2009 quando l’Italia fu condannata dalla Corte di Strasburgo nel caso Sulejmanovic per violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea sui diritti umani del 1950 che proibisce la tortura e i trattamenti inumani e degradanti. Il detenuto era costretto a vivere in uno spazio troppo ristretto – meno di tre metri quadri – per un periodo di tempo significativo. Inoltre mancava nel nostro ordinamento un meccanismo di tutela giurisdizionale effettiva nel caso di violazione dei diritti del recluso.

Nel frattempo il numero di detenuti era cresciuto a dismisura, fino a quasi 68 mila unità alla fine del 2010. Il sovraffollamento raggiunge il tasso drammatico del 170%, ossia cento posti per centosettanta detenuti. Il Governo Berlusconi aveva dichiarato addirittura lo stato di emergenza nazionale prodotto dal sovraffollamento, come se fosse una catastrofe naturale, ma nel contempo la legislazione italiana ha continuato a produrre nuova detenzione con la legge Bossi-Fini sull’immigrazione, la legge Fini-Giovanardi sulle droghe e la legge ex Cirielli sulla recidiva. Nello stesso periodo circa 4.000 detenuti hanno presentato ricorso alla Corte europea.

Sino al 2013 non accade nulla, tanto da costringere i giudici europei a emettere una sentenza di condanna “pilota”, che riconosce il carattere sistemico delle violazioni riscontrate. A gennaio 2013 l’Italia è condannata all’unanimità nel caso Torreggiani. La decisione è confermata dalla Grand Chambre a maggio 2013. Nelle prigioni italiane la gente reclusa è ordinariamente maltrattata.

Un processo riformatore è stato avviato e promesso. Non era scontato che avvenisse. Della giustizia internazionale c’è chi come il Regno Unito ha deciso di fare carta straccia. La ministra della Giustizia Cancellieri nominava due commissioni. Quella presieduta da Mauro Palma elabora una serie di proposte che mirano a stravolgere in meglio la vita dentro le galere: si scrive che essere detenuto non significa essere costretto a stare ventidue ore in una cella (spesso stretta, affollata e malsana). L’altra commissione, con finalità di revisione normativa, è presieduta dal professore Glauco Giostra. Ovviamente le resistenze sono molte. A lavorare per superarle i ripetuti interventi dei pontefici, dell’instancabile Marco Pannella e soprattutto dell’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano che inviava su questo tema un messaggio alle Camere, l’unico nei suoi nove anni al Quirinale.

Tra la fine del 2013 e il 2015 vengono approvate norme importanti in materia di liberazione anticipata, misure alternative, custodia cautelare, rimedi giurisdizionali, rimedi risarcitori, istituzione dell’Ufficio del Garante nazionale. La Corte Costituzionale, nel frattempo, cancella pezzi significativi della legge Fini-Giovanardi sulle droghe.

Il Ministro di Giustizia Orlando istituiva gli Stati generali sull’esecuzione della pena. Diciotto tavoli con la partecipazione di operatori penitenziari, accademici, esperti, componenti di associazioni. Duecento persone a lavorare per proporre radicali cambiamenti normativi e operativi nella vita penitenziaria. Sono messi in campo interventi straordinari e provvisori.

A fine 2015 i detenuti erano scesi a 52 mila circa, ossia 16 mila in meno rispetto a due anni prima. Un risultato notevole ottenuto senza far uso di provvedimenti di clemenza. A maggio 2016 gli Stati generali concludono i loro lavori alla presenza del capo dello Stato nel carcere romano di Rebibbia. La riforma penitenziaria tanto attesa va però a finire in un grande contenitore dove ci sono anche norme di classica ispirazione securitaria, come l’aumento di pene per i furti.

A giugno 2017 la legge penitenziaria passa in via definitiva. È una legge delega. A luglio il Ministro Orlando nomina tre nuove commissioni per elaborare i decreti: presiedute da Glauco Giostra, Francesco Cascini e Marco Pelissero.

I decreti per riformare l’ordinamento penitenziario per adulti, per istituirne uno per minori, in materia di misure di sicurezza, di misure alternative e sulla giustizia riparativa hanno preso forma, ma solo una parte ha intrapreso il rush finale. Un solo schema di decreto è in direzione di arrivo, quello per la riforma dell’Ordinamento penitenziario per adulti, e peraltro senza la parte riferita al lavoro (decisiva) e senza la parte sull’affettività (indispensabile). Fermi ai blocchi di partenza l’ordinamento penitenziario minorile e la riforma delle misure di sicurezza.

Ci si attende, affinché non possa considerarsi un’aspettativa delusa, un grande rilancio delle misure alternative (di buon auspicio la previsione nella legge di stabilità dell’assunzione di circa trecento assistenti sociali) togliendo paletti e preclusioni, il superamento dell’ergastolo ostativo, una forte liberalizzazione della vita carceraria improntata troppo spesso alla vessatorietà inutile, l’intensificazione dei rapporti tra i detenuti e il mondo esterno anche attraverso la tecnologia, il riconoscimento del diritto alla sessualità, l’abolizione delle misure di sicurezza detentive, un ordinamento penitenziario per gli istituti per i minori improntato a una logica esclusivamente pedagogica nonché mille altre cose di buon senso come l’attenuazione del modello disciplinare. Il detenuto non è un oggetto nelle mani dei suoi custodi.

Per questo motivo la legge delega prevede esplicitamente che il regime di vita nelle carceri debba sempre essere rispettoso della dignità della persona. È questo un cambio di paradigma che forse non travolgerà lo spirito correzionalista della legge penitenziaria del 1975 ma potrebbe fungere da limite a tentazioni di abusi, arbitrii, maltrattamenti. Nel nome della dignità ad esempio va radicalmente ridotto l’impatto dell’isolamento per gli adulti e ancor di più per i ragazzi. L’isolamento fa male alla salute fisica e a quella psichica. La dignità umana è non degradazione dell’uomo a cosa. È fondamento di tutti i diritti.

Al 31 dicembre 2017 i detenuti sono risaliti fino a 57.606, a fronte di 50.499 posti dichiarati come disponibili nelle 190 patrie galere. Il sovraffollamento si è riproposto come tema pubblico. Taluni sindacati autonomi di Polizia penitenziaria hanno iniziato a contestare riforme di buon senso come la sorveglianza dinamica, ossia il fatto che il detenuto non debba stare chiuso in cella tutto il giorno come un animale in gabbia.

La Magistratura di Sorveglianza registra anche in Piemonte grandi difficoltà nella sua attività quotidiana e a scapito della previsione normativa di “una vigilanza diretta ad assicurare che l’esecuzione della custodia degli imputati sia attuata in conformità delle leggi e dei regolamenti” raramente i singoli magistrati vanno a conoscere direttamente le condizioni ed i casi nell’ambiente detentivo. Persino il ricorso alle video conferenze, benché non adeguate a conoscere la realtà della vita detentiva, sono effettuate meno di quanto di possa auspicare. Una situazione resa sempre più eclatante dalla difficoltà di gestione della marginalità sociale e del disagio psichico in carcere,

L’auspicio che qui posso formulare è che la Riforma o meglio le parziali riforme che speriamo siano apportate alla normativa italiana per corrispondere alle previsioni costituzionali ed alle clausole internazionali sottoscritte nei decenni in sede europea ed in sede ONU, possano vivere nel quotidiano di un’esecuzione penale che non è più solo un compito ed una responsabilità dell’Amministrazione penitenziaria ma che implica il coinvolgimento degli enti locali, della Regione, dei Comuni, del Ministero dell’Istruzione, del Ministero del Lavoro, degli enti formativi, del volontariato e della società civile ma dove un ruolo decisivo, per dare gambe e braccia a qualsiasi nuova norma, rimarrà necessariamente nella responsabilità diretta della magistratura di merito e di sorveglianza.

Bruno Mellano - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.