Consiglio Regionale del Piemonte

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Quando la forma è sostanza

Fra le tante problematiche che i garanti si trovano ad affrontare vi è anche quella, che potrebbe erroneamente apparire di secondaria importanza, dell’adeguatezza strutturale degli edifici che ospitano gli istituti penitenziari.

Il 23 dicembre scorso il Coordinamento regionale dei garanti delle persone detenute ha presentato alla stampa, in una conferenza in Consiglio regionale, un “elenco delle criticità prioritarie negli istituti penitenziari del Piemonte la cui risoluzione offrirebbe la premessa per una nuova esecuzione penale”. Si tratta di una dettagliata ricognizione delle principali problematiche strutturali che abbiamo riscontrato nelle carceri piemontesi e che abbiamo segnalato al Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, con l’obiettivo e l’ambizione che nel corso del 2017 si possa addivenire, se non alla risoluzione completa, almeno ad un miglioramento delle varie situazioni critiche. La situazione verrà monitorata costantemente, tant’è che già lunedì 20 febbraio è prevista una nuova conferenza stampa per fare il punto sulle prime risposte pervenute dal Dipartimento. Alla conferenza parteciperà tra l’altro l’architetto Cesare Burdese, già componente del Tavolo 1 degli Stati Generali dell’esecuzione penale (“Spazio della pena: architettura e carcere”) che, come riportato sul sito del Ministero di Giustizia, si proponeva “di individuare interventi architettonici negli istituti esistenti e di elaborare nuove configurazioni degli spazi della pena funzionali ad un modello detentivo fondato sullo svolgimento della vita quotidiana in aree comuni, sulla possibilità di curare in modo adeguato i propri affetti anche in luoghi aperti o dedicati ad incontri intimi e sullo svolgimento in spazi adeguati delle attività lavorative e delle altre attività trattamentali. “

L’attenzione alle strutture detentive non è dunque una novità “introdotta” dai garanti delle persone detenute. A questo proposito può essere interessante andare a ritroso nella storia per constatare come già in passato pensatori, filosofi, scrittori e artisti avessero concentrato la loro attenzione sulla “prigione” intesa letteralmente come edificio, oltre che come sistema sociale punitivo.

Già nel 1791 il filosofo e giurista inglese Jeremy Bentham (Londra, 15/2/1748 – 6/6/1832) politico radicale, teorico del diritto anglo-americano e - tra i primi - del liberalismo, ideò il Panopticon (o Panottico), un modello di carcere ideale.

Il nome deriva da Argo Panoptes, personaggio della mitologia greca: un gigante dotato di un centinaio di occhi e perciò considerato un ottimo guardiano.

L'idea alla base del Panopticon (“che fa vedere tutto”) era quella che - grazie alla forma radiocentrica dell'edificio e ad opportuni accorgimenti architettonici e tecnologici - un unico guardiano potesse osservare tutti i prigionieri in ogni momento, senza che questi ultimi fossero in grado di stabilire se erano effettivamente controllati. Dopo anni di questo trattamento, secondo Bentham, il retto comportamento "imposto" sarebbe entrato nella mente dei prigionieri, modificando così indelebilmente il loro carattere.

La struttura del panottico è composta da una torre centrale, all'interno della quale staziona l'osservatore, circondata da una costruzione circolare, ove sono disposte le celle dei prigionieri, illuminate dall'esterno e separate da spessi muri. Esse sono disposte a cerchio, con due finestre per ognuna: l'una rivolta verso l'esterno, per prendere luce, l'altra verso l'interno, nella direzione della colonna centrale ove si  trova il custode. I carcerati, sapendo di poter esser osservati tutti insieme in un solo momento, grazie alla particolare disposizione della prigione, assumerebbero comportamenti disciplinati e manterrebbero l'ordine in modo quasi automatico.

E’ interessante notare come, oltre all’inquietante e maniacale attenzione per il mantenimento della disciplina (lo stesso Bentham definiva il progetto "un nuovo modo per ottenere potere mentale sulla mente, in maniera e quantità mai vista prima") vi era la previsione che ad ogni singolo detenuto fosse assegnato un lavoro, avviando così un passaggio tra un modello carcerario “contenutivo” ad una formula “produttiva”, un concetto che ancor oggi, ad onta degli oltre due secoli trascorsi, fatica ad affermarsi e realizzarsi nella realtà.

Nel 1794 circa, quando il Panopticon Plan esisteva già da circa due anni, Bentham decise di applicarlo davvero nella sua fabbrica, in cui faceva lavorare i carcerati.

In seguito il concetto alla base del Panopticon ha assunto un significato più ampio, assurgendo a simbolo del rapporto tra il singolo e le regole del sistema sociale in cui è inserito, metafora di un potere invisibile, che ha influenzato pensatori e filosofi come Michel Foucault, Noam Chomsky, Zygmunt Bauman e lo scrittore britannico George Orwell nell'opera "1984".

Nel suo saggio “Sorvegliare e punire” del 1975, lo storico e filosofo francese Michel Foucault assume il Panopticon come rappresentazione del potere, che non si cala dall’alto sulla società ma la pervade da dentro. Nell'esaminare la costruzione della prigione come mezzo centrale della punizione criminale, Foucault concepisce l'idea che essa sia divenuta parte di un più ampio "sistema carcerario", che tutto egemonizza nella società moderna:  scuole, istituzioni militari, ospedali e fabbriche.

Ma il progetto di carcere ideato da Bentham è davvero stato realizzato nella realtà? Effettivamente sono diverse le strutture, realizzate nella storia, e non soltanto carceri, che si sono ispirate in modo più o meno esplicito al progetto del Panottico. Innanzitutto il Worcester State Hospital, ospedale costruito in Inghilterra alla fine del XIX secolo, considerato una struttura di riferimento per l'epoca. In Colombia, a Ibaguè, fu costruito un carcere battezzato esplicitamente “Panopticon”. Altre strutture si trovano ancora nel Regno Unito, a Birmingham; il Presidio Modelo a Cuba, nell'Isola della Gioventù, ove fu detenuto Fidel Castro; l'ex ospedale psichiatrico Miguel Bombarda a Lisbona, in Portogallo.

Esempi italiani sono il Padiglione Conolly a Siena, parte dell'ex ospedale psichiatrico di San Niccolò, e il carcere costruito sull’isola di Santo Stefano, dalla forma semicircolare, che ha ospitato tra gli altri l’ex Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Da ricordare anche l'ex carcere torinese "Le Nuove", costruito tra il 1857 e il 1869 su progetto dell'architetto Giuseppe Polani, struttura all'avanguardia concepita per essere un carcere di isolamento totale, degno di una città che si preparava a divenire la prima capitale d'Italia. Esso è composto da una struttura circolare e celle singole per ciascun detenuto, a garanzia di un effettivo isolamento diurno e notturno, che al tempo stesso garantì una qualità di vita migliore e relativamente più sostenibile per i reclusi, normalmente costretti a convivere ammassati in celle umide, buie e maleodoranti.

E parlando di architettura carceraria come non citare le “Carceri d’invenzione” di Giovanni Battista Piranesi; sedici incisioni che l’artista veneziano realizzò fra il 1745 e il 1750 in cui rappresenta carceri di fantasia in cui forme labirintiche e inganni prospettici, che hanno successivamente influenzato artisti come Escher, producono nell’osservatore  un senso di angoscia e claustrofobia, che condussero la scrittrice belga Marguerite Yourcenar a definirli “un mondo geometrico le cui misure sono il risultato di una molteplicità di calcoli che si sanno esatti e che conducono a proporzioni che si sanno sbagliate”.

Una definizione che ben si applica anche alle carceri reali odierne!

Bruno Mellano - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.