Consiglio Regionale del Piemonte

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Vietato regalare libri

Nell’intervento pronunciato dal Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Torino Francesco Enrico Saluzzo in sede di inaugurazione dell’anno giudiziario a Torino lo scorso 29 gennaio è stato richiamato il “carcere duro”. In particolare il Procuratore ha detto “ho letto, in questi giorni, che esiste un movimento che si batte, oltre che per l’abolizione della pena dell’ergastolo, per l’abolizione immediata del regime previsto dall’art 41-bis dell’Ordinamento Penitenziario. Non sia mai! E’ una delle poche misure efficaci che è stata capace di recidere la capacità colloquiale, di direzione da dentro il carcere, di mantenimento del potere reale ed effettivo di molti esponenti mafiosi. Speriamo  che nella visione della umanizzazione delle case di reclusione (da tenere nella massima considerazione e da condividere assolutamente) non entri anche una opzione di questo genere che ci farebbe arretrare di decenni nel “contenimento” dei soggetti condannati per reati di mafia e per avere occupato posizione di rilievo e di potere in quelle associazioni.

Il cosiddetto "carcere duro", recepito nel regime dell’articolo 41-bis è il punto più rigido della scala del trattamento differenziato che regola il sistema carcerario italiano. È stato introdotto ad opera della "legge Gozzini" n. 663 del 1986, per consentire al ministro della Giustizia di sospendere le ordinarie regole di trattamento dei detenuti in caso di rivolta o di particolari esigenze di sicurezza all'interno dell'istituto penitenziario. È però sulla scorta dell'onda emotiva suscitata dai tragici fatti di Capaci che il decreto legge n. 306 dell'8 giugno 1992 aggiunge il ben più noto secondo comma, che attribuisce al ministro della Giustizia la facoltà di sospendere - quando ricorrano gravi motivi di ordine e sicurezza pubblica - quelle regole di trattamento e quegli istituti che possano porsi in contrasto con esigenze di ordine e sicurezza, nei confronti di detenuti e di internati per delitti che si potrebbero genericamente definire "di mafia", laddove vi siano elementi tali da far ritenere la sussistenza di collegamenti con un'associazione criminale, terroristica ed eversiva.
Sebbene avesse originariamente natura temporanea, nell'ottica della "strategia dell'emergenza", il regime è stato prorogato da successive leggi, fino ad essere stabilizzato dalla legge n. 279 del 2002. Nonostante gli sforzi della commissione parlamentare presieduta dal senatore Luigi Manconi, in Parlamento ancora non si è aperto nessun dibattito per migliorare le condizioni del 41-bis. Secondo diversi studi, la frequenza di suicidi tra i detenuti al 41-bis è 3,5 volte maggiore rispetto al resto della popolazione reclusa. Ma si può morire facilmente anche a causa del ritardo nel diagnosticare, nonostante i sintomi, gravi patologie. Senza arrivare al caso eclatante ed imbarazzante che ha riguardato Bernardo Provenzano, morto ultra ottantenne in regime di 41-bis lo scorso 13 giugno nonostante le ripetute dichiarazioni dei Tribunali di totale incapacità di intendere e di volere e di incompatibilità con la detenzione, uno degli ultimi casi riguarda Feliciano Mallardo, condannato in primo grado a 24 anni per estorsione aggravata e associazione camorristica, morto l'anno scorso per un cancro ai polmoni, scoperto quando aveva già raggiunto i sette centimetri di massa e con metastasi al fegato. La moglie e i figli l'avevano visto l'ultima volta venti giorni prima che morisse, ma attraverso un vetro divisore e quindi senza nessuna possibilità di contatto. Il 41-bis è un sistema di carcerazione speciale che prevede un isolamento per 22 ore al giorno, un solo colloquio al mese con i familiari dietro un vetro, con solo 10 minuti di contatto fisico con figli minori di 12 anni, con la possibilità di socialità interna al carcere con solo altri tre detenuti ed infine anche il divieto assoluto di ricevere libri e quasi nessun rapporto sociale con altri detenuti. Luigi Manconi ha più volte ribadito che il 41-bis in realtà non dovrebbe essere un carcere duro, il suo scopo dovrebbe essere uno solo: quello di impedire i rapporti tra i detenuti e la criminalità esterna. "Tutte le misure finalizzate a impedire il collegamento con l'esterno sono legittime, ma non quelle che rendono insensatamente più intollerabile la pena".

Purtroppo, pur avendo avuto l’onore di intervenire in quella sede successivamente al dottor Saluzzo, non ho potuto replicare a questa affermazione né altre in cui il Procuratore auspicava : “Si costruiscano altre carceri”. In questi giorni, però, la Corte Costituzionale è stata chiamata ad esprimersi sulla legittimità o meno proprio della norma che vieta a questi reclusi di ricevere o spedire libri. A rivolgersi alla Corte è stato Fabio Gianfilippi, magistrato di sorveglianza di Spoleto. Con un'ordinanza del 24 aprile 2016 il giudice dichiara rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 41-bis comma 2-quater, lettere A e C dell'Ordinamento Penitenziario, nella parte in cui consente all'Amministrazione penitenziaria di adottare, tra le misure di elevata sicurezza volte a prevenire contatti del detenuto in regime detentivo differenziato con l'organizzazione di appartenenza o di attuale riferimento, il divieto di ricevere dall'esterno e di spedire all'esterno libri e riviste, in contrasto con diversi articoli della Costituzione come l'articolo 15, il diritto alla libertà e segretezza della corrispondenza, l'articolo 21, il diritto all'informazione e gli articoli 33 e 34 che garantiscono il diritto allo studio. L'occasione è fornita dal reclamo con il quale un detenuto, sottoposto al regime del “carcere duro”, lamenta le limitazioni imposte dalla Casa circondariale presso cui è ristretto a seguito di una circolare del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria in materia di divieto di ricezione di libri dall'esterno. Si tratta, nell'ottica del detenuto che ha proposto il reclamo, di limitazioni che pregiudicherebbero i diritti costituzionalmente garantiti di corrispondere e informarsi e che si traducono, tra l'altro, nel divieto di ricezione di libri e riviste da parte dei familiari, anche tramite pacco consegnato al colloquio o spedito per posta, nonché nel divieto di invio dello stesso materiale da parte del detenuto ai familiari. La circolare del Dap incriminata del 16 novembre 2011 (n. 8845) è stata emessa all'indomani della riscontrata elusione dei controlli sulle comunicazioni con l'esterno da parte di alcuni detenuti in regime di 41-bis: voluminosi libri venivano consegnati al momento dei colloqui con i familiari o inviati tramite pacchi postali, e restituiti con analoghe modalità, in tempi tali, tuttavia, da non consentire ragionevolmente l'integrale lettura di quanto scambiato. È sorto quindi il sospetto che attraverso lo scambio di materiale stampato stessero avvenendo illecite comunicazioni dei detenuti con l'esterno, sottratte al controllo della "censura", con sostanziale svilimento delle ragioni del regime speciale di detenzione. Per questo, il Dap ha ordinato, fra l'altro, alle direzioni degli istituti che ospitano detenuti 41bis, di impedire loro di ricevere dall'esterno, e viceversa consegnare, qualsiasi tipo di stampa, sia nel corso dei colloqui sia per posta.

In seguito a tale circolare, erano partite varie esposti da parte dei detenuti reclusi al 41-bis. Molti reclami vennero accolti tramite le ordinanze di alcuni giudici di sorveglianza sospendendone i divieti. I pubblici ministeri si opposero a tali ordinanze e i loro ricorso furono confermati in Cassazione. Infine una sentenza della Suprema Corte del 16 ottobre 2014 ha dato ragione definitivamente al Dap, rendendo così definitiva questa restrizione. In seguito è intervenuta una nuova circolare Dap dell' 11 febbraio 2014, che ribadisce i contenuti della precedente sulla scorta della pronuncia della Cassazione del 23 settembre 2013 nei confronti di un altro detenuto in regime differenziato, nella quale la Suprema Corte considera le limitazioni in linea con le finalità preventive del 41-bis, non risultandone menomati il diritto all'informazione e allo studio. Per tale motivo l'Amministrazione ha imposto che si tornino ad applicare i divieti a tutti i detenuti in regime differenziato. Anche al mio Ufficio sono giunte segnalazioni e richieste di intervento, da ultima da un’associazione che ha inviato a due detenuti - B.C. e G.F. - in regime di 41-bis presso la Casa Circondariale di Novara, l’unica struttura piemontese che, dopo la chiusura della sezione di Cuneo, ospita ancora questa tipologia di detenuti (72 posti, presenza attuale 68 ristretti) ed ho dovuto constatare che anche in Piemonte l’invio diretto di volumi viene respinto al mittente.
Ora, lo scorso mercoledì 8 febbraio, la Corte costituzionale, chiamata a decidere su uno dei diritti negati nel nome della sicurezza (relatore il giudice della Consulta Franco Modugno) e la decisione purtroppo è stata negativa e così ufficialmente comunicata: “La Corte costituzionale, nell’odierna Camera di Consiglio, ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 41-bis, comma 2-quater, lett. a) e lett. c), della legge 26 luglio 1975, n. 354, nella parte in cui consente all’amministrazione penitenziaria, in base a circolari ministeriali del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, di adottare, tra le misure di elevata sicurezza interna ed esterna volte a prevenire contatti del detenuto con l’organizzazione criminale di appartenenza, il divieto di ricevere dall’esterno e di spedire all’esterno libri e riviste a stampa.”

Dobbiamo purtroppo registrare come non sia ancora questa la stagione che ci possa portare ad un più pacato, sereno e concreto dibattito sul senso e sulle forme della detenzione eccezionale del 41-bis.

Bruno Mellano - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.