Consiglio Regionale del Piemonte

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Un'antesignana del garante dei detenuti

 

Nella Torino del proletariato industriale, dei grandi benefattori e artefici di opere di carità, dei santi sociali, vi è una figura storica particolarmente interessante e forse non così conosciuta, che diede inizio ad una nuova stagione di attenzione verso gli ultimi e, tra questi, verso i detenuti.

Giulia Colbert nasce in Francia, in Vandea, a Maulévrier, nel 1786. Nel 1807 sposerà  il Marchese torinese Carlo Tancredi Falletti di Barolo, di quattro anni più anziano. Lei è discendente di Jean Baptiste di Maulévrier, ministro delle finanze del re Sole, lui è l’ultimo erede di una delle famiglie più ricche d’Europa.

Tanto serena fu l’infanzia di Carlo Tancredi, tanto dolorosa e pesante quella di Giulia, che vide gli orrori della rivoluzione francese. I giacobini ghigliottinarono sua madre, una sorella ed altri parenti e compirono il genocidio nella sua terra, con episodi che resteranno per sempre impressi nella memoria di Giulia.  Intanto i beni dei Colbert vengono confiscati e l’intera famiglia è costretta ad allontanarsi dalla Francia perché bersaglio delle ire politiche.

Dopo il matrimonio la coppia si trasferisce a Torino ove i due sono destinati ad una vita brillante e, per Carlo, ricca di impegni politici (per due volte è sindaco di Torino). Non  possono avere figli, ma decidono di adottare come tali i poveri di Torino.

La capitale subalpina, che si sta industrializzando, è diventata infatti un bacino che raccoglie gli immigrati dalle campagne in cerca di lavoro, in cerca di fortuna, ma saranno moltissimi a trovare la miseria, l’abbrutimento, la morte (la delinquenza si svilupperà in gran misura e omicidi e infanticidi saranno all’ordine del giorno).

A salvare questa Torino malata saranno i santi sociali, dal Cottolengo al Cafasso, da don Bosco al Faà di Bruno e, fra questi, anche la coppia Carlo Tancredi e Giulia di Barolo.

Il progetto rieducativi di Giulia, attuato personalmente, è realizzato attraverso l'istruzione, il lavoro retribuito, l'educazione alla fede. Dà vita a vari istituti educativi e assistenziali tra cui il Rifugio – dove ex detenute e giovani a rischio trovano un ambiente familiare ed un lavoro dignitoso – e la prima scuola per bambine povere di Torino. Nel 1833 fonda le Suore di Santa Maria Maddalena per accogliere alcune ospiti del Rifugio, desiderose di consacrarsi a Dio. Insieme al marito apre un asilo d'infanzia nel loro palazzo torinese e fonda la congregazione delle Suore di Sant'Anna, con lo scopo di istruire le ragazze della media borghesia e quelle povere. Dopo la morte del marito, nel 1838, Giulia imprime ulteriore slancio alla sua opera di carità: istituisce l'Ospedaletto di Santa Filomena per bimbe disabili, case famiglia e laboratori per fanciulle indigenti. Ultima opera della Marchesa per Torino è la costruzione della chiesa parrocchiale di Santa Giulia in Vanchiglia (allora rione popolare fortemente degradato). Giulia si spegne nel 1864 e nei solenni funerali la città la saluta come “madre dei poveri”. Per entrambi i marchesi è in corso, a Roma, la causa di canonizzazione.

La marchesa, già in vita chiamata «Madre dei poveri», insieme al marito diede un grande contributo alla riforma carceraria, avvalendosi della sua posizione di prestigio e delle sue amicizie, a partire da re Carlo Alberto.

Immensa fu la sua opera di soccorso per le carcerate. La missione su vasta scala che la Barolo intraprese con spirito combattivo e di scontro diretto contro la miseria e lo squallore della vita carceraria fu il frutto di due forti istanze. La prima derivò dal contatto quotidiano con situazioni di estrema povertà e precarietà di tanti reietti, vittime dell’ignoranza e del sistema economico e sociale. La seconda provenne da un’ispirazione interiore. La domenica in Albis, l’ottavo giorno dopo Pasqua del 1814, mentre Giulia percorre via San Domenico: «m’abbattei», racconta nelle Memorie, «nell’accompagnamento del Viatico, che veniva portato dalla parrocchia di ant’Agostino agli ammalati, i quali non possono andare in chiesa a far le devozioni. Io m’inginocchiai». Fu allora che il grido disperato di un condannato delle carceri Senatorie di quella via la fa trasalire: «Non il viatico vorrei, la zuppa». Quel grido fu un richiamo irresistibile per Giulia. Entra in quella prigione. La sconvolgono le condizioni dei detenuti e decide di ritornare. Così inizia la sua attività in favore dei reclusi, senza limitarsi al Piemonte. Studia a fondo la situazione visitando diverse prigioni in Francia e in Inghilterra, dove ha modo di conoscere Elisabeth Fry, studiosa della questione carceraria, nel penitenziario di Negate. Giulia comprende che la punizione non è inflitta in modo da produrre un recupero, un reinserimento del soggetto nella società: le carceri, così come sono all’epoca, non servono né a punire giustamente, né a redimere. Servono a corrompere ancor più. Edifici malsani e maleodoranti, ozio, abbandono, malattia, alcolismo, durezza, complicità e corruzione degli stessi carcerieri malpagati, favoriscono il malcostume e la deviazione irrecuperabile dei prigionieri. Scrive Giulia: «Si agisca dunque sempre per mezzo della carità, che si parli con carità, che si consigli, si punisca, si ricompensi, si faccia in modo che la carità intenerisca quei cuori induriti» e ancora: «So di molte prigioni, in cui sono in vigore i regolamenti più severi, dove i medesimi vengono applicati più severamente ancora, ma l’unico risultato che se n’ottiene è di aggiungere nuovi tormenti ai tormentati… Costringere a forzata regolarità d’operare un essere depravato, abituato, anzi rotto al vizio, accostumato a tutte funeste sue emozioni, è un metterlo a nuova tortura. Bisogna fargli prima amare l’ordine, fargliene sentire, quanto egli si sia gustato e depravato, la necessità, la dolcezza: ed allora è convertito da quello che era». Maestra dietro le sbarre, Giulia si faceva chiudere nelle celle insieme alle detenute, insegnando loro a leggere, scrivere, pregare, e si fece non solo rispettare, ma amare. Molte delle detenute, uscite dal carcere, si fecero suore Maddalene, mentre le altre vennero inserite nel sociale con un proprio lavoro dignitoso.

Giulia muore il 19 gennaio 1864, dieci anni dopo la scomparsa di Silvio Pellico (divenuto segretario e bibliotecario di Palazzo Barolo dopo la tragica esperienza dello Spielberg, per volere dei marchesi poiché era stato abbandonato da tutti).

Sono trascorsi centoquarant’anni, ma il suo insegnamento è più che mai attuale.

Oggi resta l'Opera Pia Barolo (“Opera Barolo” dopo il 1992) è un ente istituito da Giulia di Barolo con lo scopo di divenirne l'esecutore testamentario, amministrandone i beni, per sostenere le attività caritative e gli ordini religiosi fondati dai Marchesi. Caratteristica dell'ente è (su volere di Giulia) l'alternanza alla Presidenza tra la massima carica religiosa ed il rappresentante della massima autorità giudiziaria della città di Torino e inoltre che ogni Presidente nomini solo 2 dei 6 componenti il Consiglio di Amministrazione.

Bruno Mellano - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.