Consiglio Regionale del Piemonte

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  Il lavoro che c’è

Come è noto, l'articolo 27, comma 3, della Costituzione italiana stabilisce che le pene devono "tendere alla rieducazione del condannato". Il più valido strumento per assolvere a questa finalità è senza dubbio il lavoro, che permette al detenuto di riprendere un percorso di crescita personale e professionale, spesso interrottosi con la detenzione, restituendogli dignità, conferendogli conoscenze e capacità ed un reddito con cui provvedere (almeno in minima parte!) alle esigenze personali o dei propri cari. Il lavoro, da sempre invocato ed auspicato, rimane spesso una chimera, soprattutto quello più qualificato, svolto cioè alle dipendenze di imprese e cooperative. Al 30 giugno 2016 i detenuti lavoranti in Italia erano 15.272, di cui ben 12.903 però alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria e soltanto 2.369 in proprio o per imprese e cooperative. Fra questi ultimi in Piemonte ve ne erano appena 158, di cui 3 in proprio, 46 dipendenti, 62 impegnati in lavori all’esterno (ex art.21 L. 354/75), e 47 in cooperative.

Fra i provvedimenti normativi che hanno favorito la creazione di posti di lavoro non alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria, occorre ricordare la Legge 22 giugno 2000, n. 193 (“Norme per favorire l’attività lavorativa dei detenuti”) più conosciuta come "legge Smuraglia", che prevede vantaggi fiscali e contributivi per le imprese (pubbliche o private) e cooperative sociali che:

a) assumano come lavoratori dipendenti i detenuti internati e in art. 21 O.P., ovvero ammessi al lavoro esterno;

b) svolgano attività di formazione per i detenuti internati e in art. 21 O.P. prevedendo al termine la loro assunzione (salvo che la formazione sia gestita da imprese in convenzione con Enti locali);

c) svolgano attività di formazione mirata a fornire professionalità a detenuti ed internati da impiegare in attività lavorativa gestita in proprio dall’Amministrazione Penitenziaria (salvo che la formazione sia gestita da imprese in convenzione con Enti locali).

Tali imprese devono avere alcuni requisiti e, più precisamente: aver stipulato una convenzione con l’Amministrazione Penitenziaria; aver assunto i detenuti o gli internati per un periodo non inferiore a 30 giorni; rispettare la retribuzione minima prevista dai contratti collettivi di lavoro.

In particolare, chi assume personale all'interno degli istituti penitenziari o lavoranti all'esterno, può ottenere un credito d'imposta per ogni lavoratore, nei limiti del costo per esso sostenuto, di 520 euro mensili.

Le imprese che invece assumono semiliberi possono ottenere un credito d'imposta per ogni lavoratore di 300 euro mensili.

Per gli assunti con contratto di lavoro a tempo parziale, il credito d’imposta spetta in misura proporzionale alle ore prestate. Inoltre lo sgravio fiscale riguarda - se il rapporto di lavoro è iniziato mentre il soggetto era ristretto - i 18 mesi successivi alla cessazione dello stato detentivo per i detenuti e internati che hanno beneficiato della semilibertà o del lavoro esterno, e i 24 successivi per coloro che non ne hanno beneficiato. Gli stessi sgravi, prevede la normativa, si applicano alle imprese che svolgono attività di formazione nei confronti di detenuti o internati a condizione che al periodo di formazione segua l'immediata assunzione per un tempo minimo corrispondente al triplo del periodo di formazione per il quale l'impresa ha fruito dello sgravio.

Per accedere al credito di imposta, le aziende convenzionate con gli istituti devono presentare entro il 31 ottobre di ogni anno un’apposita istanza alla direzione dell'istituto, indicando l'ammontare complessivo del credito d'imposta di cui intendono fruire per l'anno successivo, includendo nella somma anche il periodo post detentivo e quello dedicato all'attività di formazione. Entro il 15 novembre i Provveditorati regionali devono inviare le istanze al Dipartimento nazionale e, entro il 15 dicembre, quest’ultimo determina l'importo massimo spettante a ogni soggetto.

Il Capo Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria lo scorso martedì 6 dicembre 2016 ha pubblicato il proprio provvedimento che approva l'elenco delle 352 imprese e cooperative sociali ammesse a fruire, per il 2017, delle agevolazioni previste dalla legge, che consentiranno sgravi fiscali per un totale di 5,6 milioni di euro, una cifra analoga a quella stanziata per l’anno che sta terminando. Si tratta - purtroppo - di fondi insufficienti dato che, come evidenziato nello stesso provvedimento, nel 2016 le richieste hanno superato di quasi il 50% le disponibilità economiche (…e già nel 2015 le cifre mancanti erano pari al 34,71% dell’ammontare richiesto!). Le imprese che hanno stipulato la convenzione con il Provveditorato dell’Amministrazione Penitenziaria di Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta sono quarantanove. Fra queste si possono elencare - a titolo esemplificativo e non esaustivo - le cooperative sociali Pausa Cafè, Ecosol, Liberamensa, Extraliberi, Terre di Mezzo, Senza Macchia, Eta Beta, Divieto di Sosta, che impiegano ogni giorno detenuti nei settori più disparati, dalla ristorazione e catering alla produzione alimentare (pane, dolci, birre, cioccolato), dalle attività di lavanderia e stireria a quelle di falegnameria, dalla comunicazione alle nuove tecnologie (giornali, blog).

Uno strumento importante e qualificante dell’intervento statale nel campo della concreta attività di recupero e reinserimento, ma certamente i numeri e le cifre non corrispondono alla dimensione delle necessità e delle opportunità e - tanto meno - delle dichiarazioni di principio su cui si fonda la moderna esecuzione penale e cui ambisce il nostro sistema penitenziario. Nella fase attuale in cui, dopo gli Stati Generali voluti dal Ministro di Giustizia, attendiamo tutti la legge delega e i conseguenti decreti delegati, forse si può auspicare, nelle more di una riforma del sistema, che si possano adeguare almeno gli strumenti, le loro modalità attuative e le loro dotazioni finanziarie.

Bruno Mellano

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