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  Dentro o fuori

Il sistema penitenziario italiano soffre storicamente di una contraddizione palese: da un lato le carceri tendono a conservare la funzione punitiva e la finalità di rendere socialmente inoffensivi gli autori di reato, secondo l’impostazione propria del codice penale fascista; dall’altro lato sia la Costituzione che le più recenti riforme normative ribadiscono la funzione rieducativa, rivolta al recupero sociale, che il sistema dovrebbe avere.

E’ questa una delle chiavi di lettura dell’interessante dossier dal titolo “Dentro o fuori – il sistema penitenziario italiano tra vita in carcere e reinserimento sociale” pubblicato a novembre dall’Associazione Openpolis. Lo studio cerca, attraverso una serie di dati, di capire se e come il sistema penitenziario sia capace di gestire in modo organico il periodo della detenzione e quello successivo del reinserimento nella società.

Per quanto riguarda il primo aspetto, dopo le sentenze CEDU “Sulejmanovic” (2009) e “Torreggiani” (2013) le misure deflattive messe in campo contro il sovraffollamento (soprattutto la detenzione domiciliare e il meccanismo della messa alla prova) hanno permesso di tornare a numeri più consoni a un Paese civile (siamo attualmente al sesto posto in Europa), ma il problema non appare superato perché le soluzioni non sono state strutturali ma emergenziali. All’interno dei 193 istituti italiani (al 31 ottobre 2016 – dati del Ministero della Giustizia) erano detenute 54.912 persone (di cui 781 in semilibertà) a fronte di una capienza regolamentare di 50.062 posti (calcolati sulla base del criterio di 9 mq per singolo detenuto + 5 mq aggiuntivi per ogni detenuto in più). Ciò significa che il tasso di affollamento nazionale è superiore al 109%. Di fatto due terzi dei penitenziari risultano ancora (o di nuovo!) sovraffollati, alcuni istituti anche del 200% (la maglia nera spetta alla Casa Circondariale “Nerio Fischione” di Brescia con un tasso del 191,53%). Questa situazione riguarda in Piemonte ben 8 penitenziari su 13 (in realtà 12 perché Alba è attualmente chiuso) anche se il totale regionale (che non considera le singole situazioni e soprattutto la suddivisione in circuiti penitenziari diversificati) potrebbe trarre in inganno perché risultano 3.836 detenuti per 3.835 posti regolamentari. Di questi ben 1.456 sono stranieri, quasi il 48%, mentre a livello nazionale essi rappresentano il 33,6% del totale (in Europa la media è del 20% circa). Analizzando il profilo anagrafico risulta che la popolazione carceria italiana è composta quasi solo da uomini: le donne negli ultimi 25 anni non hanno mai superato la percentuale del 5,4%. Negli ultimi anni è in crescita l’età media dei ristretti: tra 2005 e 2015 gli “over 70” sono aumentati dell’83%. Inoltre quasi un quarto dei condannati definitivi sconta pene inferiori ai tre anni. Attualmente il 34% è detenuto in attesa di una condanna definitiva (perché in attesa di primo giudizio, o è appellante o ricorrente) grazie alla Legge 67 del 2014 che ha fatto scendere il dato (dal 58% del 2007) prevedendo la messa alla prova e gli arresti domiciliari per pene inferiori ai tre anni. Questi dati sono interessanti perchè attengono alla capacità del nostro sistema di pena di incentivare la detenzione domiciliare e le misure alternative al carcere, almeno per i cittadini privilegiati che hanno una propria rete familiare o sociale di sostegno, una casa, un lavoro.

Lo studio comparativo di Openpolis mette in evidenza che l’Italia è l’unico grande Paese europeo ove oltre il 55% dei condannati finisce in carcere anziché essere destinato alle cosidette “sanzioni di comunità”, come i lavori socialmente utili. In Germania sono solo il 28%, in Francia il 30% , in Gran Bretagna il 36%. Nell’esecuzione penale solo 4 ristretti su 100 da noi frequentano corsi di formazione professionale. Nell’ottica della riduzione del sovraffollamento, dal 2011 sono aumentati del 29% l’affidamento in prova ai servizi sociali (inizialmente previsto solo per violazioni del codice della strada) e del 20% la detenzione domiciliare, mentre è meno usato l’istituto della semilibertà. I detenuti che lavoravano nel 2015 erano solo il 29,76% e - paradossalmente - risulta che solo l’81% dei posti disponibili in quest’economia carceraria di natura essenzialmente “domestica” è occupato. Quanto al titolo di studio non è dato conoscerlo per ben il 47% dei detenuti (26 mila persone!) perché l’informazione risulta “non rilevata” al momento del primo ingresso. Dai numeri disponibili il titolo più diffuso è quello di scuola media inferiore anche se negli anni si è assistito ad un aumento della scolarità. Infine è da notare come in Italia permanga un’impostazione più “custodiale” rispetto agli altri Paesi: oltre il 90% dei dipendenti delle carceri italiane sono agenti, a fronte del 70% in Spagna e Inghilterra dove è maggiore la presenza di personale civile: educatori, mediatori culturali, formatori e medici.

La ricerca conclude con una valutazione economica disarmante: puntare sulla detenzione piuttosto che su misure di formazione e reinserimento non risulta neppure un buon investimento, considerando il semplice riscontro dato dal costo giornaliero per detenuto che, in Italia, è il più alto di tutta Europa: ben 142 euro a confronto, ad esempio, dei 52 euro della Spagna.

Bruno Mellano

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