Consiglio Regionale del Piemonte

Vai ai contenuti

Detenute dimenticate

 

In questi giorni si sono svolte a Torino alcune iniziative per celebrare il XVIII Transgender Day of Remembrance (TDoR): il 19 e 20 novembre convegni, congressi e film culminanti nella marcia da Piazza Vittorio Veneto a Piazza Carignano; il 21 novembre la tavola rotonda “Tutti diversi, tutti uguali” organizzata da “Nessuno tocchi Caino” in Consiglio regionale con il sostegno del Comitato per i diritti umani del Piemonte.

La finalità della giornata è quella di commemorare le vittime dell'odio e del pregiudizio contro le persone transessuali, ricordando il brutale assassinio negli USA di Rita Hester, una trans afroamericana, uccisa a soli 34 anni nel suo appartamento con venti coltellate da un assalitore rimasto sconosciuto, il 28 novembre 1998.

Da allora questa data è divenuta simbolo internazionale della lotta contro la transfobia, il pregiudizio contro transessuali e transgender, che può portare al disprezzo, alla diffidenza e alla discriminazione che mortifica nella vita quotidiana queste persone, ma conduce anche ad atti estremi di violenza, Queste considerazioni sono evidentemente più marcate quando si tratta di persone transessuali recluse in carcere, situazione in cui si aggiunge disagio a disagio, perché alle difficoltà per il regime detentivo si sommano le difficoltà proprie per una particolare condizione personale che necessita di costanti cure sanitarie e psicologiche.

Gli istituti penitenziari italiani, da alcuni anni a questa parte, hanno previsto misure straordinarie di protezione e sicurezza per i detenuti a rischio,  con la creazione di  sezioni separate c.d. “protette” o “semiprotette” per detenuti che - per condizioni o reato - potrebbero trovarsi pericolosamente esposti alle ferree e tragiche logiche della “subcultura” carceraria, che produce situazioni evidentemente negative sotto svariati profili (trattamentale, della sicurezza personale e dell’ordine interno). Si tratta di argomenti non certo sconosciuti all’Amministrazione Penitenziaria che, in passato, ha elaborato e pubblicato studi specifici al riguardo (per es. il PEA n. 19/2009 “Elaborazione di un modello di trattamento per transessuali”) in cui un gruppo di lavoro coordinato da uno psicologo, a partire dai dati raccolti con un questionario somministrato in 9 istituti, ipotizzava soluzioni “dedicate”, quali la creazione di tre o quattro piccoli istituti o sezioni per trans associate a presidi sanitari dotati di strutture specialistiche per l’identità di genere, una sorveglianza “mista” di personale che avesse seguito una specifica formazione, la presenza di esperti presenti in carcere (endocrinologi, psichiatri, sessuologi, infettivologi). Tra i vari accorgimenti si pensava di estendere a questa categoria di detenuti il regolamento per gli istituti e sezioni femminili (essendo una tipologia di persone che si considerano “donne” al di là del dato anagrafico).

Tra la fine del 2008 e l'inizio del 2010 era nata concretamente l'ipotesi di un carcere esclusivamente per detenute transessuali, trasformando la casa circondariale femminile del Pozzale, vicino a Empoli, e prevedendo corsi di formazione per il personale di custodia, cure ormonali libere e possibilità ricreative precluse in qualsiasi altro posto. Come spesso accade in Italia, invece, non se ne fece nulla.

Attualmente in Italia esistono sezioni per transessuali in 9 istituti penitenziari: a Belluno, Bergamo, Milano Bollate, Firenze Sollicciano, Milano San Vittore, Napoli Poggioreale, Rimini, Roma Rebibbia Nuovo Complesso e, in Piemonte, nel solo istituto di Ivrea, per un totale di circa 80 detenute (nel carcere eporediese sono 5). A Firenze esse sono collocate nella sezione femminile, ma purtroppo è l’unica esperienza del genere. 

Le transgender si ritrovano inoltre prigioniere di un sistema legislativo confuso. La legge 164 del 14 aprile 1982, che regola il cambio di sesso, diventa un foglio di carta di poco valore nei penitenziari italiani. Non esiste infatti una normativa a livello nazionale che garantisca le cure ormonali all'interno delle carceri: essendo una materia sanitaria, la competenza è regionale ma solo poche regioni hanno firmato dei protocolli di intesa ministeriali, garantendo anche all'interno delle strutture penitenziarie il trattamento, pagato dal Sistema sanitario nazionale. Nella recente definizione della rete sanitaria penitenziaria della Regione Piemonte, lo schema  adottato con delibera della Giunta ha recepito la mia richiesta volta ad esplicitare il ruolo del presidio delle Molinette e del Centro Disforia di Genere (CDGEN) ed ha disposto la presa in carico dei soggetti interessati, oggi ospitati ad Ivrea. Inoltre risulta quasi impossibile ottenere visite dal partner, visto che il mancato riconoscimento del legame sentimentale non consente di accedere ai colloqui. Altri problemi quotidiani riguardano la somministrazione di ormoni così come gli acquisti del cosiddetto “sopravvitto”.

A livello nazionale e regionale è da sottolineare l’attività dell’ONIG (Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere) associazione che raccoglie le figure (professionisti, rappresentanti di associazioni ecc.) a vario titolo interessate ai temi del transgenderismo e del transessualismo e che si propone di approfondirne la conoscenza a livello scientifico e sociale. L’ONIG partecipa ad un progetto dell’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) che riguarda le transessuali in carcere e, in particolare, si occupa di redarre le linee guida della formazione on-line dedicata a chi lavora con le trans per fornire le basilari nozioni mediche, sociologiche e psicologiche.

L’ufficio del Garante dei detenuti si è impegnato a costruire una rete di relazioni fra gli operatori del sociale come l’Osservatorio Nazionale, i collaboratori ed i consulenti attivi presso l’Ufficio del Garante regionale del Lazio e della Toscana.

Fra questi ultimi vi è Sofia Ciuffoletti (ricercatrice in giustizia costituzionale e diritti fondamentali all’Università di Pisa) che, con la collega Adriana Dias Vieira (professoressa all’Università di Paraiba e ricercatrice all’Università di Firenze), ha pubblicato un interessante studio dal titolo “Reparto D: un tertium genus di detenzione? Case-study sull’incarceramento di persone transgender nel carcere di Sollicciano”, lavoro svolto grazie all’Associazione “Altro diritto” Onlus. La ricerca presenta una serie di interviste in cui le ospiti di Firenze Sollicciano evidenziano le problematiche più varie che devono fronteggiare, da quelle più gravi (violenze, discriminazioni) a quelle solo in apparenza minori (la fornitura di prodotti specifici, la mancanza di una terza tipologia di bagni pubblici a loro dedicata). Si tratta dunque di un tema che potrebbe apparire marginale, considerata la presenza numerica minoritaria di questa tipologia di detenute rispetto al totale dei reclusi, ma che - come spesso accade - vede in gioco valori e diritti umani la cui garanzia a tutela della più estrema e reietta minoranza avrebbe una ricaduta generale complessiva per il sistema, in questo caso la comunità penitenziaria. Un carcere che sappia davvero accogliere le esigenze ed affrontare i problemi delle persone trans, sarebbe già un carcere migliore. Per tutti!

Bruno Mellano

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.