Consiglio Regionale del Piemonte

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Pena di morte viva

Giovedì 13 ottobre, presso l’Aula consiliare di Palazzo Lascaris, è stato presentato il libro "Gli ergastolani senza scampo - Fenomenologia e criticità costituzionali dell’ergastolo ostativo" di Carmelo Musumeci e Andrea Pugiotto. È stata l’occasione per parlare di ergastolo ostativo con alcuni qualificati relatori, come Claudio Sarzotti (professore ordinario di Filosofia del diritto all’Università degli Studi di Torino e Presidente di Antigone Piemonte), l’autore Andrea Pugiotto (professore ordinario di Diritto costituzionale dell’Università di Ferrara e responsabile scientifico ed organizzativo della Scuola di formazione per una consapevole cultura costituzionale di Rovigo), Vladimiro Zagrebelsky (ex magistrato e docente di Diritto penale, già membro del Csm e presidente della Commissione Onu per la prevenzione del crimine e la giustizia penale, ex giudice della Corte europea dei diritti dell'uomo, attualmente direttore del Laboratorio dei diritti fondamentali di Torino), Marco Pelissero (professore ordinario di Diritto penale dell’Università di Genova, già componente delle commissioni “Fiorella” e “Palazzo” per la riforma del sistema sanzionatorio e autore di saggi e studi in materia), Elvio Fassone (ex magistrato e componente del Csm, ex senatore della Repubblica e autore del libro “Fine pena: ora”) ed Emilia Rossi (avvocata, componente dell’Ufficio del garante nazionale dei detenuti).

Ma perché questo interesse nei confronti dell’ergastolo ostativo? In che cosa esso si differenzia dall’ergastolo “normale”?

La pena dell’ergastolo, in Italia, è prevista e disciplinata dal Codice penale, agli articoli 17 e 22. Chi vi è condannato può, nelle modalità previste, avere accesso a una serie di benefici, come il regime di semilibertà e la libertà condizionale, e godere di determinati tipi di permessi. Inoltre, è stabilito che, al massimo dopo 26 anni di espiazione della pena, il condannato possa essere ammesso alla liberazione condizionale. Si parla di ergastolo ostativo quando, invece, l’accesso a tali benefici e alle misure alternative al carcere sono negati. È il caso previsto all’articolo 4 bis dell’Ordinamento penitenziario, “Divieto di concessione dei benefici e accertamento della pericolosità sociale dei condannati per taluni delitti”: i condannati per reati gravi, come ad esempio terrorismo, associazione mafiosa, sequestro a scopo di estorsione o associazione per traffico di stupefacenti, non possono usufruire di benefici nel caso in cui rifiutino di collaborare con la giustizia o qualora  la loro collaborazione sia giudicata irrilevante.

Al 12 ottobre 2016 i detenuti italiani condannati all’ergastolo erano 1.677, di cui a ben 1.217 sono stati riconosciuti reati “ostativi” (con un trend in aumento), mentre solo 460 debbono espiare ergastoli “normali”. In Piemonte erano 93 gli ergastoli ostativi su 122 complessivi (con una leggera diminuzione rispetto al mese di marzo 2016).

Carmelo Musumeci, coautore del libro e condannato lui stesso all’ergastolo ostativo, non ha voluto “mancare” all’iniziativa in Consiglio regionale e - pur non potendo partecipare di persona - ha inviato un suo scritto che è stato letto da alcuni studenti dell’Istituto d’istruzione superiore “Valentino Bosso – Augusto Monti” di Torino. Musumeci, entrato in prigione con la seconda elementare, in 25 anni di carcere si è dedicato alla lettura ed allo studio, fino a conseguire la laurea in Giurisprudenza con una tesi dal titolo "Pena di morte viva". Il giorno della discussione, rispondendo ad una domanda specifica del suo relatore, Musumeci affermò: "L'ergastolo ostativo è una pena ingiusta perché si basa su un ricatto medievale e instaura il principio che si esce dal carcere non perché il detenuto se lo merita, ma solo se diventa collaboratore di giustizia" .

Si tratta di una tesi condivisa da altri oppositori di questa forma di ergastolo, che lo considerano una sorte di condanna a morte sotto mentite spoglie, una “morte per pena” che, in uno stato di diritto, non dovrebbe esistere e di cui l’Associazione Nessuno tocchi Caino (per citare la più nota) da anni chiede l’abolizione, alla pari della pena di morte vera e propria.

Se non altro perché contraddice il terzo comma dell’articolo 27 della nostra Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

La Corte europea dei diritti dell'uomo (Grande Chambre, 9 luglio 2013) ha statuito che la pena perpetua si legittima solo in quanto sussista la possibilità per il condannato di essere rilasciato anticipatamente in seguito ad un positivo esame dei suoi progressi durante l'esecuzione, ed a tale esame egli ha diritto dopo almeno 25 anni di detenzione. L'individuazione della soglia di 25 anni, quale pena sufficiente in presenza di una condotta meritevole del condannato durante la detenzione, è suggerita anche dallo Statuto della Corte penale internazionale.  

Per concludere con le parole di Elvio Fassone “È quindi auspicabile che il percorso in atto della riforma del processo penale tenga nel dovuto conto queste considerazioni”.

Bruno Mellano

 

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