Consiglio Regionale del Piemonte

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Stranieri in carcere

Mercoledì 6 luglio a Roma è stato presentato il 25esimo “Rapporto Immigrazione” della Caritas Italiana con Fondazione Migrantes. L’analisi è riferita ai dati ufficiali del Ministero di Giustizia resi noti il 31 dicembre 2015 e - su un totale di 52.164 detenuti – gli stranieri erano 17.340, una cifra che rappresenta il  33,24 % dell’intera popolazione penitenziaria.

Al 30 giugno i dati sono già significativamente modificati: 54.072, di cui 18.166 (33,5%). Un trend in aumento preoccupante e soprattutto in contro tendenza rispetto agli ultimi 5 anni: c’è da chiedersi se si sia già esaurito l’effetto della sentenza pilota “Torreggiani”?

Il “Rapporto Immigrazione” comunque evidenzia e sottolinea dati interessanti: da un lato la sensibile diminuzione rispetto al 2009, quando i detenuti non italiani rappresentavano il 37,1% della popolazione carceraria, dall'altro il fatto che si continua comunque a registrare una presenza elevata di stranieri. Fra questi ultimi 16.551 sono uomini e 789 donne. Focalizzando l'attenzione sui Paesi d’origine degli stranieri condannati, emerge come le prime quattro nazionalità rappresentino da sole il 57,53% del totale dei detenuti stranieri. La comunità più rappresentata è quella marocchina (2.840 detenuti), seguita da quella rumena (2.821), albanese (2.423) e tunisina (1.893). Il rapporto sottolinea tuttavia come occorra evitare di cadere in frettolose analisi che facciano concludere per l'attribuzione a determinati gruppi etnici di una maggiore propensione al crimine. Il dato sulla popolazione carceraria, infatti, va letto considerando che le comunità straniere sopra menzionate sono quelle di più antico insediamento e anche numericamente più consistenti nel nostro Paese.

Per quanto riguarda i caratteri anagrafici, gli stranieri sono mediamente più giovani degli italiani. Nelle carceri l'età media è di 40 anni ma fra i soli stranieri si registra una prevalenza di detenuti di età compresa tra i 30 e i 34 anni (sono il 21,2%), mentre quelli con più di 60 anni sono in tutto 198 (appena l'1,1%). Le persone senza legami familiari (7.570 celibi/nubili) prevalgono su quelle sposate (4.170 coniugati), ciononostante il 27% ha dei figli.

Considerando le tipologie di reato commesse dagli stranieri emerge come 8.192 siano reati contro il patrimonio, 6.599 contro la persona, 6.266 in violazione della legge sulla droga, 2.499 contro la pubblica amministrazione e 1.372 in violazione della normativa sull'immigrazione. E' interessante notare come il numero di detenuti non italiani per il reato di associazione di stampo mafioso sia minimo, benché tale reato interessi anche le organizzazioni criminali straniere: si tratta di 95 detenuti su un totale di 6.887 per il reato previsto dall'art. 416 bis del codice di procedura penale. Per quanto riguarda, invece, le iscrizioni nel registro delle notizie di reato, emerge il dato che vede gli stranieri indagati principalmente per furto, violazione delle norme sugli stupefacenti e lesioni (reati di grande impatto sociale che influiscono sulla percezione della diffusione criminale), oltre che per i reati legati alla loro condizione di irregolarità (come le false attestazioni o dichiarazioni a Pubblico ufficiale su identità o qualità proprie o di altri). Per ciò che attiene ai reati associativi, emergono le iscrizioni per la commissione di delitti in materia di sostanze stupefacenti, con 1.424 soggetti indagati. Ciononostante, le massime autorità investigative segnalano l'ingresso nel nostro Paese di mafie straniere, le quali sempre di più agiscono affiliandosi alle associazioni mafiose italiane.

Vi è un altro aspetto che ci interessa da vicino ed è quello della radicalizzazione in carcere, soprattutto per quanto riguarda il terrorismo islamico. In questo senso può essere davvero utile ed interessante vedere cosa succede in un Paese a noi vicino, la Francia, che più di altri è stato coinvolto da atti terroristici di matrice islamica e che ha intrapreso alcune misure nel tentativo di isolare i violenti e gli estremisti in carcere dagli altri detenuti.

Martedì 5 luglio Adeline Hazan, Garante francese dei detenuti (contrôleure générale des lieux de privation de liberté, l’acronimo è CGLPL) ha diffuso un primo bilancio delle misure intraprese dal governo francese dopo gli attentati del gennaio 2015 e che consistono nel raggruppare i detenuti islamici in quattro istituti penitenziari (Fresnes dans le Val-de-Marne, Lille-Annoeullin dans le Nord, Osny dans le Val-d'Oise et Fleury-Mérogis dans l'Essonne).

Adeline Hazan osserva come la motivazione iniziale di misure atte a contrastare il proselitismo in carcere si sia trasformata in una semplice volontà di organizzare «una presa in carico specifica dei detenuti radicalizzati”. Tuttavia non tutti i detenuti per fatti di terrorismo sono stati trasferiti nelle quattro carceri, obiettivamente insufficienti ad ospitarli tutti, e la Garante s’interroga sui criteri adottati e «mai chiaramente esplicitati” dall’Amministrazione penitenziaria francese. Anche alcuni  magistrati s’interrogano sugli effetti perversi di questi «raggruppamenti» che, a loro modo di vedere, sarebbero fonte di nuovi legami, ricostituzione di reti e lascerebbero spazio ai più forti per esercitare pressioni sui più vulnerabili.

Nelle carceri deputate ad accoglierli, i detenuti “radicalizzati” dispongono tutti di celle singole ma, per il resto, le condizioni di detenzione non garantirebbero, secondo la Garante, di evitare il perpetuarsi e l’estendersi di fenomeni di radicalizzazione e proselitismo.

In altre parole la signora Hazan ritiene che il modello “sperimentale” adottato non funzioni e che non sia comunque realisticamente estensibile alla realtà penitenziaria francese che - sottolinea – versa in una situazione strutturale di sovraffollamento. Alcuni direttori di carcere hanno invocato più tempo per poter approdare ad un “modello francese” di detenzione che possa far fronte a questi fenomeni e che, evidentemente, i cugini d’oltralpe ancora non sono riusciti a realizzare con reale efficacia e positive ricadute sul fenomeno.

Un esempio ed un monito anche per il nostro Paese e in particolare per chi ritiene di avere ricette pronte per un fenomeno in crescente aumento e di grande complessità che va affrontato con gradualità e grande attenzione, magari con il metodo francese per le grandi opere: “il dibattito pubblico!”.

Bruno Mellano

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