Consiglio Regionale del Piemonte

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Un invito da raccogliere

Giovedì 30 giugno ho assistito all’udienza presso il Tribunale di Sorveglianza di Torino relativa al reclamo presentato da parte di un gruppo di ristretti della Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno”.

I detenuti nei mesi scorsi avevano sollevato la questione della vivibilità e della rispondenza delle condizioni detentive ai requisiti minimi stabiliti anche a seguito della celeberrima sentenza “Torreggiani” della CEDU, che ha riconosciuto come l’Italia abbia spesso erogato pene sistematicamente inumane e degradanti. Il procedimento istruito dalla magistrata del Tribunale Elena Massucco è conseguente al nuovo reclamo giurisdizionale, introdotto con D.L. 146/2013, ex art. 35 bis dell’Ordinamento Penitenziario che costituisce un rimedio atto a far cessare le condizioni di violazione dei diritti dei detenuti e degli internati. Nello specifico sono state portate all’attenzione del Tribunale le condizioni detentive attuali e passate nelle sezioni 1 e 3 del Padiglione “C” del “Lorusso e Cutugno”. I detenuti reclamano una serie dettagliata di condizioni a loro avviso pregiudiziali rispetto a una detenzione legittima: in particolare segnalano la ristrettezza degli spazi, la mancanza di acqua calda nelle celle, la presenza di letti a castello, l’impossibilità totale o parziale dell’apertura delle finestre, la mancata apertura delle celle per permettere la socialità nei corridoi (per almeno otto ore giornaliere, come prescritto), l’esclusione dei reati ostativi dalla concessione dei provvedimenti di liberazione anticipata speciale e, più in generale, una serie di condotte che violano l’Ordinamento Penitenziario del 1975, il Regolamento carcerario generale del 2000 e l’articolo 3 della Convenzione Europea per la prevenzione della tortura. Altre questioni sollevate nell’esposto riguardano l’inadeguatezza degli spazi comuni per svolgere “la socialità” all’esterno delle anguste stanze di pernottamento, delle sale colloqui con i familiari (piccole, rumorose e senza aerazione), la fatiscenza e insalubrità dei locali collettivi destinati alle docce, la prossimità dell’angolo cucina con il wc nel ristretto spazio del bagno, scarsamente aerato, l’insoddisfacente separazione fra tale locale promiscuo (cucina/bagno) dalla parte restante della camera, con porte che non assicurano a sufficienza la privacy.

I signori convenuti, B.C., S.C., G.R., G.C., G.R., tutti detenuti in regime di Alta Sicurezza, con alle spalle lunghi anni di detenzione già espiati, erano i reclusi presenti in udienza nonché gli unici rimasti di un gruppo più ampio di ricorrenti, in parte scarcerati negli ultimi mesi, in parte ammessi a misure alternative alla detenzione o trasferiti in altri istituti. Personalmente avevo avuto notizia dell’udienza il 16 giugno in occasione del convegno sull’ergastolo ostativo organizzato dalla Camera Penale di Milano: in quel contesto il sig. D.L., ora detenuto presso la Casa di Reclusione di Milano Opera, ma precedentemente conosciuto alle Vallette, mi aveva rappresentato l’importanza attribuita dai detenuti alla questione, anche in riferimento ad una precedente e analoga udienza esaminata nel febbraio scorso dalla magistrata dottoressa Elena Bonu.

La dottoressa Massucco, nella sua illustrazione, ha tenuto a distinguere in modo netto (forse troppo…) la situazione di disagio oggettiva dalle violazioni di legge vere e proprie. Da un lato ha sottolineato come lo stesso Direttore del carcere Domenico Minervini avesse presentato una memoria che conferma i disagi del passato e del presente e che pone l’attenzione sull’agibilità della struttura in seguito ai sopralluoghi operati dall’ASL competente nel 2009 e 2011, riferendo nel contempo una serie di lavori di manutenzione ordinaria e di ristrutturazione straordinaria messi in campo negli ultimi due anni, da quando è Direttore delle Vallette.

Dall’altro lato la magistrata ha sottolineato più volte come, a suo modo di vedere, la giurisprudenza CEDU e - conseguentemente - quella italiana, considerino in modo esclusivo la questione dello spazio nella valutazione della sussistenza di una “pena inumana e degradante”, e ha osservato al riguardo come, sotto questo aspetto, ciascun detenuto abbia a disposizione 4,12 mq (lordi) e 3,71 mq al netto degli arredi mobili (tra cui il letto a castello!). Dopo gli interventi di rito del Pubblico Ministero e degli avvocati difensori, hanno preso la parola anche i detenuti presenti, affermando che alcuni provvedimenti annunciati dalla Direzione sono ancora sulla carta e consegnando una planimetria delle celle da loro compilata e quotata. Concludendo il suo intervento, il signor B.C. ha provveduto a rivolgere un invito alla magistrata a visitare il carcere per una presa di visione diretta: la magistrata ha affermato la necessità di un visita ispettiva mirata alle sezioni in oggetto, che è già stata presa in considerazione dall’Ufficio di Sorveglianza di Torino e che presto sarà svolta, anche alla luce dei reclami.

Personalmente ho due annotazioni finali. La prima nella sostanza delle questioni sollevate: l’interpretazione restrittiva che considera lo spazio quale unico parametro di vivibilità non mi appare condivisibile. Gli stessi giudici di Strasburgo, nelle loro sentenze, hanno preso in considerazione altri elementi concorrenti per valutare l’inumanità del trattamento, quali un’insufficiente accesso alla luce ed all’aria naturali, le condizioni igieniche precarie, il calore eccessivo associato a mancanza di ventilazione, il rischio di propagazione di malattie, l’assenza di acqua potabile o corrente, la condivisione di letti, la brevità della “passeggiata” all’esterno, la presenza di servizi igienici all’interno della cella e la loro visibilità, l’assenza di cure adeguate a fronte di patologie. A conferma di tale tesi anche l’opinione dell’esimio magistrato Vladimiro Zagrebelsky, annessa alla sentenza Sulejmanovic c. Italia del 16/7/2009, in cui il Giudice afferma che “l’assenza di spazio nella cella non può essere un criterio esclusivo per affermare la lesione dell’articolo 3 della Convezione”.

La seconda e conclusiva annotazione attiene al metodo: mi permetto di auspicare che il Tribunale di Sorveglianza di Torino possa effettuare il citato sopralluogo in carcere quanto prima e a sostegno della decisione finale nel merito che dovrà essere assunta.

Bruno Mellano

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