Consiglio Regionale del Piemonte

Vai ai contenuti

Il pane dell'amnistia

Sulle pagine della “Stampa” di martedì 14 giugno è comparso un interessante e condivisibile articolo del Procuratore aggiunto presso il Tribunale di Torino Paolo Borgna, originario di Alba e magistrato dal 1981, esperto di criminalità transfrontaliera (campo in cui ha lavorato a Bruxelles tra il 2001 e il 2003), coordinatore del gruppo di lavoro Sicurezza urbana e autore di vari saggi sulla giustizia.

Si tratta del punto di vista di un magistrato esperto, che conosce i problemi della giustizia in Italia, e la cui analisi, puntuale ed obiettiva, occorre conoscere e discutere.

Nel suo articolo, il dottor Borgna parte da una premessa indispensabile, e cioè il principio che l'obbligatorietà dell’azione penale per il Pubblico Ministero, sancito dall'articolo 112 della Costituzione, non debba essere messo in discussione e vada mantenuto, perché costituirebbe la garanzia dell’indipendenza della giustizia rispetto al potere politico, indipendenza necessaria soprattutto nelle grandi inchieste in materia di stragi, servizi deviati e corruzione.

Illuminante su tutta la premessa la dichiarazione iniziale, in cui il magistrato ammette e sottolinea come “l'obbligatorietà dell'azione penale non è, di fatto, mai esistita” davvero nel nostro Paese. Ma nonostante la provocazione del cominciare dichiarando nudo il re, appare persino più interessante e feconda la disanima che ne scaturisce.

“La pretesa di mettere in moto ogni denuncia e portarla in giudizio è una pura illusione che, fino al 1992, si poteva far finta di coltivare grazie alle amnistie che ogni tre o quattro anni ripulivano gli armadi dei magistrati da pile di fascicoli per reati minori. Nel 1992, riformando l’articolo 79 della Costituzione, si previde che per concedere un’amnistia fosse necessaria la maggioranza dei due terzi del Parlamento”.

E così che, trattandosi di una maggioranza nei fatti quasi irraggiungibile, non vi sono più state amnistie, il che ha determinato un progressivo ingolfamento del sistema, con migliaia di fascicoli che si accumulano, anche a causa di una litigiosità sociale crescente e di quella che Borgna definisce la “panpenalizzazione” che caratterizza il nostro sistema giudiziario.

La conseguenza è l’allungamento “sine die” dei processi e la paradossale estinzione per prescrizione di decine di migliaia di reati, “non solo quelli bagattellari che una volta cadevano sotto il colpo di spugna di periodiche amnistie – prosegue il magistrato – ma anche delitti gravi, la cui cancellazione costituisce un’offesa inaccettabile per le vittime”.

Tra 2015 e 2016 sono state fatte due riforme importanti che hanno parzialmente migliorato la situazione, consentendo di ridurre i processi inutili e procedere più celermente per quelli gravi. Una legge del marzo 2015 ha previsto la possibilità del giudice, su richiesta del P.M., di escludere la punibilità di fatti che, benché costituiscano reato, siano “particolarmente tenui”. Nel gennaio 2016, inoltre, sono stati depenalizzati molti reati minori per i quali è oggi prevista una sanzione amministrativa.

Tutto bene, dunque? Sempre per Borgna “rimane un problema, che viene dal passato: è l’eredità del vecchio arretrato, che rischia di soffocare in culla anche le nuove riforme. Se i magistrati sono costretti a smaltire i vecchi fascicoli che riguardano fatti minori, rischiano di far invecchiare i processi nuovi.”

E qui fa una divertente e azzeccata metafora: i magistrati “si trovano nella situazione di quella famiglia che, acquistando ogni giorno del pane fresco si ostina a voler consumare il pane secco dei giorni precedenti.”

La proposta di Borgna è quella di cancellare con un’amnistia i reati non gravi, commessi quattro o cinque anni fa e quindi vicini alla prescrizione per far ripartire il sistema e smettere di “masticare il pane secco vedendo rinsecchire quello fresco”.

Bruno Mellano

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.