Consiglio Regionale del Piemonte

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Una casa bianca in mezzo al blu

Il 18 e 19 aprile si sono svolti presso l’Auditorium della Casa circondariale “Raffaele Cinotti” (Roma Rebibbia Nuovo Complesso), le due giornate di conclusione degli Stati Generali dell’esecuzione penale. Il percorso di riflessione e approfondimento è durato circa un anno e si è articolato in 18 tavoli di lavoro tematici ai quali hanno partecipato oltre 200 personalità, tra cui i piemontesi Gustavo Zagrebelsky, Pietro Buffa, Paolo Borgna, Leopoldo Grosso, Emanuele Bignamini, Cludio Sarzotti, Giovanni Torrente, Michele Miravalle, Ugo Fornari, Cesare Burdese, Davide Mosso, Maria Laura Scomparin, Elena Lombardi Vallauri, Rosanna Lavezzaro, Valter Negro. Il lavoro ha avuto come tema portante la ridefinizione di una dimensione della pena, nel quadro dei diritti e delle garanzie, che punti al reinserimento dei detenuti e la costruzione di una migliore fisionomia del carcere, più dignitosa sia per chi vi lavora sia per chi vi è ristretto. I lavori della prima giornata, hanno visto, oltre alla presenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella, e del Presidente Emerito Giorgio Napolitano anche quella “impegnativa” di alcuni ministri tra cui Alfano (Interni), Poletti (Lavoro e Politiche Sociali), Lorenzin (Salute), Giannini (Istruzione, Università e Ricerca) tutti competenti per materie che hanno e devono avere un ruolo nuovo nel rapporto con il carcere e con l’esecuzione penale esterna. Fra tutti gli interventi, voglio qui segnalare alcuni stralci di quello del Ministro della Giustizia Orlando perché mi è parso particolarmente lucido e condivisibile, oltre che emotivamente apprezzabile e coinvolgente. Il Ministro ha ricordato come, più di due anni fa, quando assunse l'incarico di responsabile del dicastero della giustizia, il dossier più caldo fosse quello della situazione carceraria. Per questo ha visitato molti istituti penitenziari, anche senza preavviso, per capire le reali condizioni di un mondo ignorato dai più. Sulle mura della Casa Circondariale di Massa lesse una frase che lo colpì profondamente, spingendolo ad avviare il percorso successivamente intrapreso. Qualcuno aveva scritto: “Il carcere è un ozio senza riposo dove le cose facili sono rese difficili da cose inutili”. Si tratta di una frase che poi ritrovò sulle mura di altre carceri, facendogli pensare che non sarebbe bastato risolvere il problema del  sovraffollamento, in quel momento in cima all’agenda per la sentenza di condanna dell’Italia da parte della CEDU, ma sarebbe occorso andare più nel profondo per cambiare davvero il mondo penitenziario. Occorreva quindi riunire i migliori esperti del settore per discutere su come intervenire, coinvolgendo gli uomini e donne che nel carcere operano ma anche le persone per le quali il carcere è soltanto uno degli oggetti delle loro ricerche, delle loro riflessioni e che non vivono il carcere dall'interno. In altri termini era necessario che del carcere discutesse la società nelle sue molteplici articolazioni. Dopo aver così raccontato la genesi degli Stati Generali dell’Esecuzione Penale, ha ricordato come il sistema penitenziario italiano costi ogni anno ai contribuenti quasi tre miliardi di euro, eppure generi tassi di recidiva tra i più alti d’Europa. I detenuti che provengono da una precedente esperienza carceraria sono infatti circa il 56%: il 67% tra gli italiani ed il 37% tra gli stranieri. Eppure la riforma del 1975, profondamente ispirata ai principi costituzionali, aveva ambizioni alte e - pur  mutando lo spirito dell’esecuzione penale - è sostanzialmente fallita perché nel profondo del sistema è rimasto qualcosa di inesorabilmente resistente a ciò che è scritto nell’art. 27 della Costituzione, laddove si chiede di eseguire una pena umana e finalizzata al recupero, e ciò nonostante gli sforzi di molti, forse dei più che nel carcere operano. Si è quindi voluto evitare che le cose restassero tali e quali, dando ragione a chi dice “si fa così perché si è sempre fatto in questo modo”. L’approccio degli Stati Generali è stato quello di evitare l’illusione che le norme bastino da sole e quindi di evitare un approccio astratto e giuridicistico. Il livello normativo funziona se sorretto e affiancato da quello organizzativo. Per questo nei Tavoli si è discusso di norme partendo quasi sempre dalle buone prassi, ragionando in concreto su come utilizzare risorse umane e finanziarie, e di come integrare le reti strutturate sul territorio. Un’altra considerazione della quale si è voluto tener conto è che il carcere non è avulso dal mondo che lo circonda, ma che su di esso finiscono per scaricarsi, in modo più o meno deformato, le contraddizioni della società in cui viviamo. Quest’ultima deve quindi occuparsi di come funziona il carcere e non “utilizzarlo” come mero elemento retorico o - peggio ancora -  demagogico per suscitare paura, stupore o consenso. Si chiede quindi ai media, ai politici, a tutti i protagonisti della società di prendersi il tempo per guardare con più attenzione al mondo penitenziario e di capire che molti concetti esibiti di fronte al senso comune come verità, spesso non sono tali. Primo fra tutti l’assunto che più carcere significhi maggior sicurezza sociale: al contrario, un carcere che preveda trattamenti individualizzati e l’utilizzo integrato di pene alternative, non è un regalo ai delinquenti ma l’intelligente investimento dello stato che non vuole relegare il carcere al solo ruolo di università del crimine, di luogo ove si radicalizza il reclutamento eversivo. Se dunque non cambiamo il carcere, umanizzandolo, esso rischia di divenire un fattore moltiplicatore dei fenomeni che pretendiamo di combattere soltanto attraverso e per mezzo di esso.  Il Ministro ha poi voluto ricordare due fatti. Da un lato come la recidiva di coloro ai quali è stata applicata una misura alternativa sia di circa il 20%, quindi drasticamente inferiore a chi sconta tutta la pena in carcere. Dall’altra come l’emergenza sovraffollamento sia oggi rientrata, ma che i dati sulla popolazione detenuta vadano sempre monitorati e tenuti sotto controllo per rispettare i parametri della CEDU. Orlando ha osservato come nel diritto penale moderno il ricorso al carcere come unica ed esclusiva modalità di esecuzione della pena sia ormai generalmente ritenuto superato. Non a caso l’articolo 27 della Costituzione parla di “pene” al plurale. Ha tracciato un bilancio positivo del lavoro degli “Stati Generali” e osservato come il metodo adottato, e cioè l’apertura di un ampio dibattito partecipato e qualificato, sia un modo di lavorare positivo e da riproporre anche in futuro. Nel suo bilancio conclusivo non ha poi lesinato una critica alle regioni, non sempre solerti nell’applicare le norme derivanti da leggi o le indicazioni dei protocolli d’intesa con il governo. Due esempi su tutti: il ritardo delle regioni (per questo alcune recentemente commissariate) nella chiusura degli OPG e nell’avvio del percorso di superamento degli stessi con l’apertura di nuove strutture e di nuovi percorsi e la mancata applicazione dei Protocolli d’intesa stipulati – su iniziativa dello stesso Ministro - per l’assunzione di misure finalizzate al recupero e reinserimento di detenuti con problemi di tossicodipendenza e più in generale di valorizzazione dei percorsi individuali di reinserimento sociale. A conclusione voglio riprendere la citazione, poetica ed efficace al tempo stesso, che il Ministro Orlando ha fatto, in chiusura del suo intervento, della canzone di Lucio Dalla “La casa in riva al mare” in cui si parla di un detenuto rinchiuso in un carcere di fronte al mare che vede dalla finestra della sua cella una “casa bianca in mezzo al blu” e una donna cui lui dà il nome di Maria. Passano gli anni della sua vita e quella casa e quella donna restano sogni lontani che non gli apparterranno mai. La speranza del Ministro - che faccio mia - “è che ogni detenuto possa prima o poi raggiungere quella riva, non consumare la sua vita a distanza da qualunque affetto, da ogni speranza di riscatto e di redenzione”.

Bruno Mellano

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