Consiglio Regionale del Piemonte

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Prevenire è meglio che curare

 

Nella popolazione carceraria si possono riscontrare – negli ultimi mesi e nelle ultimissime settimane - due tendenze interessanti su cui merita la pena riflettere. Da un lato vi è un nuovo aumento della popolazione carceraria (dopo almeno tre anni di costante discesa dei reclusi) che, in alcuni casi, ha portato il numero degli ospiti al di sopra della capienza regolamentare anche negli istituti penitenziari piemontesi, che avevano invece beneficiato più di altre regioni delle misure deflattive messe in campo dai Governi. Detenuti in più, rispetto al massimo previsto, si registravano al 17 marzo ad Alessandria San Michele (39 in più, per una percentuale di sovraffollamento del 114%), ad Ivrea (48 - percentuale di sovraffollamento del 122%),  ad Asti (83 - percentuale di sovraffollamento del 140%), e a Torino (131 - percentuale di sovraffollamento del 111 %).

L’altro dato in significativa crescita è la percentuale dei detenuti stranieri sul totale di quelli presenti nelle strutture penitenziarie del nord Italia (in Piemonte in particolare): a livello nazionale sono 17.679 su circa 53.000 (corrisponde al 33%), mentre in Piemonte sono ormai ben 1.545 su 3.691 (41%).

I due fenomeni (sovraffollamento e alto tasso di stranieri) sembrano apparentemente distinti, ma sono in realtà collegati fra di loro. In che modo? Si tratta di una situazione che deriva, indirettamente ed in ultima analisi, dalla celeberrima sentenza pilota “Torreggiani ed altri” con la quale la CEDU aveva imposto all’Italia, fra le altre cose, una deflazione del numero dei reclusi. Ciò era avvenuto soprattutto nelle carceri di alcune regioni del nord Italia ove - in alcuni istituti - il numero dei reclusi era finalmente rientrato nella capienza regolamentare e, in certo numero di casi, anche sceso sotto il livello di capienza previsto. Per questo motivo il DAP ha “riequilibrato” la situazione inviando reclusi da altri penitenziari che continuano ad essere gravemente sovraffollati (spesso al Sud, ma anche in Lombardia, Liguria, Toscana) e la scelta è ricaduta su persone senza vincoli di “territorialità” (residenza o vicinanza alla famiglia) e quindi sugli stranieri. E’ così che ad Alessandria (Cantiello e Gaeta) e Fossano circa il 60% dei detenuti sono stranieri (e di questi molti di fede islamica). Ma il fenomeno ha ormai percentuali importanti anche a Biella (53%), Vercelli (52%), Cuneo (51%) e Torino (42%).

Quali le conseguenze? In una lettera del 22 gennaio 2015, il Direttore Generale dell’Ufficio dei detenuti e del trattamento del DAP, dottor Roberto Calogero Piscitello, osservava come il Piemonte, come la maggior parte delle regioni settentrionali italiane, sia particolarmente esposto al rischio radicalizzazione, anticamera del terrorismo, risentendo di un alto tasso di presenze di detenuti extracomunitari. Oggi il fenomeno radicalizzazione è sotto la lente d’ingrandimento delle autorità: a livello nazionale sono ben 282 i detenuti tenuti sotto controllo: di questi 182 sono monitorati (si tratta di ristretti per reati connessi al terrorismo internazionale e/o per attività di proselitismo, radicalizzazione e reclutamento), 73 attenzionati (soggetti che in carcere hanno comportamenti che ne rivelano la vicinanza all’ideologia jihadista) e 27 segnalati (individui per i quali vi è stata una generica indicazione dell’istituto ritenuta meritevole di approfondimento). Nella nostra regione, su 20 controllati, 9 sono monitorati, 11 attenzionati mentre – al momento – non vi sono detenuti segnalati.

Nella sua lettera, il direttore Piscitello elencava alcune delle misure intraprese dal DAP per contrastare l’emergere - in questo contesto - di fenomeni di proselitismo e radicalizzazione islamica: la facilitazione ad accedere in istituto per Imam e mediatori culturali (in modo da favorire l’esercizio del culto), la maggiore attenzione e monitoraggio da parte della polizia penitenziaria di episodi che possano avere un rilievo anche solo potenziale, oltre al contributo fornito dal Garante dei detenuti per il Piemonte circa la conoscenza del fenomeno e la predisposizione di concreti aiuti alla popolazione detenuta di fede islamica.

Personalmente ritengo che le uniche risposte efficaci a questo fenomeno consistano nell’aumentare il numero degli interpreti, dei mediatori culturali, degli educatori, degli assistenti sociali, dei volontari, degli Imam ma anche dei magistrati di sorveglianza e dei loro funzionari di cancelleria anziché, come talvolta si crede, quello degli agenti di polizia penitenziaria. In altre parole la presenza di operatori specializzati, la preparazione delle figure professionali già attive in ambito carcerario, l’utilizzo di tutte le risorse che la società civile può mettere a disposizione, in un’ottica di conoscenza del problema e di prevenzione dei fenomeni deve divenire su queste tematiche il faro dell’azione dell’Amministrazione penitenziaria, in un’ottica di sicurezza e non di “sforzo sicuritario” affinché non ci si debba trovare a fare i conti troppo tardi, quando il fenomeno è ormai esploso, come in Francia e Belgio.

Bruno Mellano

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