Consiglio Regionale del Piemonte

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Sport e carcere

 

Tutti gli studi clinici ci dicono che ozio e inattività fisica dovuti alla permanenza in carcere producono effetti devastanti sul fisico dei detenuti: perdita dell’equilibrio, riduzione delle capacità respiratorie, indebolimento dell’apparato cardiovascolare, muscolo-scheletrico e del sistema endocrino-metabolico. Senza tener conto dei danni alla vista derivanti dal passare gran parte del tempo chiusi in celle con scarsa luce naturale diretta o anche indiretta. In alcuni istituti non si vede neanche il “cielo a scacchi” a causa di schermature doppie o triple delle finestre.

Si tratta quindi di ostacoli alla rieducazione complessiva che dovrebbe rappresentare l’obiettivo primario del regime penitenziario. Lo sport e l’esercizio fisico programmato abbassano le tensioni e l’aggressività, riducono le malattie e quindi anche la spesa sanitaria (oggi lo stato spende per ogni detenuto il doppio che per un cittadino libero). D’altra parte sono le stesse disposizioni legislative a promuovere l’attività fisica in carcere, anche come veicolo di valori quali l’amicizia, la solidarietà, la disciplina. Valori che sono buoni per tutti, ma ottimi in carcere.

Non poche sono le positive esperienze avviate in diversi carceri italiani che hanno in qualche caso portato a delle “success stories” esemplari.

A titolo esemplificativo si può citare la vicenda di Amelian Nicolae, detenuto della Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino, che ha iniziato sette anni fa a praticare pugilato. Oggi Amelian è il primo detenuto d’Europa cui è stata data la possibilità di uscire dal carcere per partecipare ad un incontro ufficiale. Dopo la prima vittoria, se ne otterrà altre nove, potrà coronare il suo sogno di diventare professionista, nonostante una condanna a trent’anni per aver compiuto, con un complice, un efferato omicidio. Ma parallelamente ai successi sportivi, e forse grazie a questi ultimi, il detenuto oggi è anche divenuto un lavoratore instancabile nella cooperativa del carcere.

Un’altra bella storia da raccontare, e che abbiamo già in altre occasioni valorizzato, è quella della squadra di rugby “La Drola” (che in dialetto significa “la cosa strana”) che, sempre alle Vallette, è nata grazie all’interessamento di Walter Rista, ex rugbista di serie A e azzurro degli anni sessanta e settanta. La formazione quest’anno partecipa per la quinta volta al Campionato di serie C2 piemontese, collezionando buoni risultati, tanto che l’esperienza torinese è stata “copiata” anche presso altre Case circondariali o di reclusione, come Padova, Terni, Monza, Firenze Sollicciano,  Milano Bollate, Porto Azzurro, Frosinone, Napoli.

Ci sono poi le corse podistiche come la “Vivicittà” promossa dall’Uisp in 45 città italiane, che ha coinvolto nel 2015 anche 19 istituti penali, o la StrAlessandria, la cui edizione 2016 verrà replicata, come l’anno passato, anche in una versione “penitenziaria”, all’interno della Casa di reclusione San Michele.

All’interno di quasi tutte le carceri italiane viene proposta qualche forma di attività fisica: per restare a Torino, presso il Lorusso e Cutugno si può giocare a calcio (con l’organizzazione di tornei come quello denominato “un pallone di speranza” che coinvolge 23 squadre), a rugby, ma anche accedere alla palestra interna per fare pesistica e allenarsi a boxe.

Lo scorso 10 febbraio è stato rinnovato un Protocollo d’intesa triennale tra Ministero della Giustizia – DAP Uisp (Unione Italiana sport per tutti) per realizzare attività motorio-sportive nelle carceri italiane, che dal 1997 consente di organizzare varie attività sportive, fornendo strumenti ma soprattutto formatori. Analogo protocollo era stato siglato nel recente passato tra Ministero della Giustizia e CONI. Si tratta però spesso di buone intenzioni che non sempre trovano concreta applicazione in tutte le carceri, in cui la realtà è rappresentata da una situazione a macchia di leopardo, con luci ed ombre.

Basti pensare a Saluzzo, ove ai disagi connessi al ritardo nell’apertura di un nuovo padiglione vi è anche l’inutilizzabilità dell’annesso nuovo campo sportivo (campo di calcio e pista di atletica), in erba sintetica, che ha sostituito un precedente impianto in terra battuta molto utilizzato, privando così i ristretti della possibilità di un importante possibilità di ricreazione. Per questo motivo ho recentemente sollecitato il Capo del DAP Santi Consolo perché venga risolta la situazione, in vista della bella stagione, per evitare che i detenuti continuino a praticare attività sportive in spazi non adeguati con il concreto rischio di contrarre infortuni, com’è successo già in almeno due casi gravi.

Anche a Novara presso la Casa Circondariale ci sono problemi di fruizione delle aree dedicate allo sport: una palestra quasi “simbolica” nella sua ristrettezza, ricavata com’è sotto una tettoia all’aria aperta fra due ampie zone dedicate all’attività all’esterno, da una parte il “cortile mattonato” e dall’altra il “campo di patate” per i quali si stanno cercando i mezzi per intervenire in modo radicale per renderne proficua la fruizione..

Insomma anche per lo sport, come per il lavoro, occorre andare al di là delle belle intenzioni o, nei casi migliori, dalle buone pratiche isolate, cercando finalmente di mettere a sistema reali e effettive opportunità di rieducazione per i ristretti.

Bruno Mellano

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