Consiglio Regionale del Piemonte

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Una risposta non adeguata

Fin dai primi giorni del mio insediamento mi sono occupato delle istanze di ristretti che chiedevano consulenza per la presentazione del reclamo ex art. 35 ter O.P. al magistrato di sorveglianza di competenza. A tal fine - per informare il numero più ampio di detenuti sull’applicazione effettiva degli strumenti per la richiesta risarcitoria – ho organizzato incontri collettivi con i ristretti degli istituti penitenziari che ne hanno fatto richiesta e con i magistrati di sorveglianza, per capire l’orientamento applicativo della norma da parte degli stessi. La prima esperienza applicativa del nuovo rimedio risarcitorio (introdotto dall’art. 1 del decreto legge 26 giugno 2014 convertito con legge 11 agosto 2014 n. 117) si è contraddistinta con una linea interpretativa particolarmente rigida da parte della magistratura di sorveglianza piemontese, inizialmente in linea con gli orientamenti della magistratura di sorveglianza nazionale. Gli adempimenti istruttori connessi alla decisione nel merito delle istanze presentate sono stati notevolmente complessi, a causa delle difficoltà che si sono incontrate nel pianificare le udienze a livello nazionale per prevedere anche la presenza degli istanti, che sono detenuti. Per la realtà piemontese le difficoltà si sono riscontrate soprattutto nell’ottenere la dovuta documentazione da parte degli istituti di detenzione chiamati in causa per la violazione dell’art. 3 Cedu e per l’incremento del lavoro cui gli uffici non riuscivano a far fronte a causa delle scarse risorse, umane e non, a disposizione. La percentuale di declaratorie di inammissibilità pronunciate dalla magistratura di sorveglianza impegnata con i ricorsi ai sensi dell’art. 35 ter O.P. è stata molto alta. Secondo i dati a livello nazionale, nei primi cinque mesi di vigenza del “rimedio compensativo” gli Uffici di sorveglianza hanno iscritto più di 18.000 istanze: più del 50% delle istanze formulate sono state definite e per l’87% di quelle definite l’esito è stato una pronuncia di inammissibilità. Una prima ragione di tale fenomeno si riconduce a scelte interpretative dei magistrati, legate alle difformi letture che, nell’ambito della magistratura di sorveglianza, sono emerse con riferimento alla necessità, o meno, ai fini della ammissibilità delle istanze risarcitorie ex art. 35 ter O.P. della sussistenza dell’attualità del pregiudizio sofferto da parte del soggetto detenuto, nonché in relazione alla possibilità, o meno, che il nuovo rimedio possa estendersi anche al danno morale per violazione dell’art. 3 Cedu qualora non più attuale, o comunque se avutosi anteriormente alla vigenza del d.l. n. 92/2014. La tesi del pericolo “attuale”, fatta propria anche dalla maggior parte della magistratura di sorveglianza piemontese, ha circoscritto fortemente l’area di applicazione dei risarcimenti e la stessa dimensione quantitativa dei medesimi. Un altro motivo che ha comportato un notevole numero di dichiarazioni d’inammissibilità delle istanze risarcitorie è da rinvenire nella difettosa formulazione delle stesse dovuto alla scarsa assistenza tecnica di cui i detenuti hanno beneficiato al momento della loro redazione.

A tal fine l’ufficio del Garante - anche in sinergia con il coordinamento dei Garanti regionali - ha predisposto della documentazione a seguito di ricerche a livello nazionale, con un fac-simile di modulistica come indicazione per la redazione delle istanze da parte dei detenuti interessati a presentare istanza di risarcimento.  Un altro fattore che ha determinato l’inammissibilità delle domande risarcitorie sono le difficoltà operative emerse in relazione all’istruttoria sulle istanze redatte con poca documentazione delle pretese risarcitorie avanzate dai soggetti detenuti. Attualmente l’Ufficio del Garante è impegnato a seguire quelle richieste presentate tramite avvocati di fiducia, con incontri con gli avvocati relativamente allo stato di avanzamento delle medesime. Si precisa inoltre che, coloro che hanno subito pregiudizi in violazione dell’art. 3 Cedu - in assenza dell’attualità del pregiudizio stesso - possono proporre azione risarcitoria innanzi al Tribunale civile ordinario del capoluogo del distretto del territorio di residenza, con i tempi ed i costi propri della giustizia civile italiana. Si riportano anche i dati acquisiti a seguito della prima riunione del Garante nazionale tenutasi a Roma lo scorso 14 marzo 2016, in cui è stato evidenziato come lo strumento del risarcimento compensativo non abbia ottenuto risultati sperati. Dall’introduzione del rimedio fino all’inizio di ottobre 2015, il report del Ministero alla CEDU registrava appena 1.200 reclami accolti favorevolmente a cui corrispondevano 52.000 giornate di sconto pena e 200.000 Euro di risarcimenti. Nell’ultimo periodo, in particolare a seguito della sentenza n. 46966 della Corte Suprema di Cassazione depositata il 25.11.2015 si è registrato tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 un balzo in avanti dell’utilizzo del rimedio: i reclami accolti sono divenuti 2.300 (+ 1.100), con 64.000 giornate di sconto pena accordate (+12.000) e con 280.000 Euro di risarcimenti riconosciuti (+80.000 Euro). Il 35ter rimane comunque una risposta non adeguata ed uno strumento ancora spuntato nella vicenda storica del sovraffollamento vissuto nelle carceri italiane.

Bruno Mellano

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