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Un’esperienza da copiare

Il 23 marzo si è svolto a Saluzzo, presso la locale Casa di reclusione, il convegno “Oltre l’incrocio – Sportello Salute: l’esperienza di una partecipazione possibile”.

E’ stata l’occasione di fare il punto sull’omonimo progetto, attivo da dieci anni presso l’istituto saluzzese, che consiste nella gestione diretta – da parte di un gruppo di reclusi appositamente formati – di un centro di ascolto rivolto agli altri ristretti per analizzare problemi e trovare possibili soluzioni. La specificità e l’interesse dell’esperienza consiste nell’approccio “olistico” alla dimensione della salute e del benessere dell’individuo in senso lato, con un’attenzione ai bisogni e alle problematiche non soltanto sanitarie ma anche e soprattutto al welfare personale in generale, inteso come qualità complessiva della vita carceraria. Nei dieci anni di vita dello “Sportello Salute” sono stati circa 2.000 i colloqui con i detenuti, aventi ad oggetto le più svariate problematiche: dall’iter di presentazione delle istanze di liberazione anticipata al magistrato, alle domande di trasferimento, al ricevimento dei “pacchi” inviati dai familiari, all’utilizzo del “modello 72” con la lista degli alimenti acquistabili, all’utilizzo della palestra e del campo sportivo. Un dato significativo è rappresentato dal fatto che ben il 69% delle domande attiene ad argomenti di competenza degli educatori, a testimonianza di una necessità di ascolto dei detenuti che non trova sufficiente soddisfazione nelle tradizionali forma di assistenza alla persona fornite dall’amministrazione penitenziaria.

Si tratta di un’esperienza che ha avuto particolare successo e riscontro per una serie di fattori “vincenti”: l’attenzione concreta e puntuale ai bisogni in un’ottica di conoscenza e prevenzione, ma anche di intervento e sostegno; il rapporto fra “pari” che rende la rete “informale” e che costituisce un primo “step” per un raffronto successivo con la rete “formale”, istituzionale e professionale degli operatori. Più in concreto, l’ultima edizione del progetto di Saluzzo ha visto dapprima una selezione di detenuti che ha portato all’individuazione, tra i candidati, di tre operatori da adibire allo sportello (un italiano, un albanese ed un ecuadoregno), a fronte di un compenso mensile di 80 euro. I tre operatori hanno potuto contare sull’affiancamento di una serie di referenti delle varie aree istituzionali (area educativa, UEPE, Ser.D., volontariato, area sanitaria, sicurezza), e con un’azione mirata ai “nuovi giunti”. Gli operatori hanno poi ricevuto una formazione specifica durata tre mesi, dopodiché è stato aperto lo sportello che ha lavorato da aprile 2015 a gennaio 2016, con un orario di 2 ore su tre giorni settimanali, ricevendo i detenuti in regime di media sicurezza (quelli in alta sicurezza erano esclusi). Tra le problematiche maggiormente rappresentate, anche per quest’anno, si sono confermate le richieste di colloquio con gli educatori, le lamentele rispetto a ritardi nelle risposte a istanze di liberazione anticipata, i trasferimenti, il lavoro, l’assistenza fiscale, la necessità di vestiti.

A conclusione di questa carrellata su di un’esperienza che ritengo essere utile e spero stabilizzabile a Saluzzo e ripetibile in altri istituti, voglio fare due osservazioni sul perché si tratti, a mio avviso, di una formula da copiare. Da un lato perché vi è stato l’intervento e il coinvolgimento di una serie di attori territoriali (nello specifico – oltre ovviamente alla Casa di reclusione - anche della Fondazione Cassa di risparmio di Saluzzo che ha finanziato l’iniziativa, dall’ASL CN1, e del CIS - Compagnia di iniziative sociali di Alba) che hanno reso il progetto “solido” e replicabile. Dall’altro perché questa esperienza dimostra che, anche in un mondo “chiuso” e soggetto a dinamiche peculiari come l’universo penitenziario, esistono sempre e comunque gli spazi e le possibilità di creare nuove tipologie di intervento, nuove metodologie e nuove prassi per presidiare in modo più ampio e efficace la dimensione del benessere dei reclusi, anche coinvolgendo in modo diretto e quindi responsabilizzando la stessa popolazione dei ristretti, con ricadute educative e di recupero importanti. 

Insomma, un’altra buona prassi - consolidata in dieci anni di precaria attività - per la quale, pur in presenza di un corale apprezzamento, non si sono trovate finora le modalità né le risorse necessarie ad una stabilizzazione, che possa renderla un pezzo del sistema. In conclusione, questa è la sfida vera per il futuro.

Bruno Mellano

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